Nei Territori è caccia allo straniero

Luciano Gulli

nostro inviato a Gerusalemme

L'affare s'ingrossa. E se non ha ancora assunto le surreali dimensioni della fatwa pronunciata contro lo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie per i suoi Versetti satanici, poco ci manca.
È soprattutto la vignetta che ritrae il profeta Maometto con il turbante a forma di bomba, con tanto di miccia accesa, che è piaciuta pochissimo ai militanti delle fazioni armate palestinesi sparse tra Gaza e la Cisgiordania. Nel mirino ci sono i cittadini di Norvegia, Danimarca, Francia, Germania e Spagna, Paesi sotto schiaffo per la pubblicazione delle caricature del Profeta. L'Italia, a quanto pare, seguirà.
A Nablus alcuni giovanotti armati di mitra girano di albergo in albergo chiedendo agli impiegati delle reception se per caso non abbiano ospiti delle nazionalità suddette; mentre a Gaza un'altra brigata inferocita ha scalato le mura della palazzina che ospita gli uffici dell'Unione Europea chiedendo scuse formali e minacciando sfracelli.
La storia - una tragicommedia che ha però il difetto di toccare il nervo più scoperto della sensibilità musulmana - è cominciata nel settembre scorso, quando un oscuro giornale danese, lo Jylland-Posten, pensò di fare una cosa spiritosissima pubblicando 12 caricature del profeta Maometto. L'iniziativa, capace di vellicare solo chi ignora l'estrema permalosità dei musulmani - che sul punto, come ha imparato a sue spese Rushdie, non spiccano per sense of humour - è parsa ghiotta anche ad altri giornali europei (fra cui France Soir, il cui editore, un mortificatissimo egiziano, ieri ha licenziato in tronco il direttore della testata). E un po' per la mitica libertà e completezza dell'informazione (che espone a qualche rischio, si sa; e un po' per smania di clamore, accompagnata dall'inconfessata speranza di alzare qualche palanca in più all'edicola) sono balzati a cavallo delle vignette.
Il risultato eccolo qui. Una quindicina di signori appartenenti alla Jihad islamica e alle Brigate Yasser Arafat (una new entry nel panorama delle bande armate palestinesi) hanno assaltato gli uffici dell'Unione Europea a Gaza, e sparando in aria hanno chiesto scuse formali, lanciando un ultimatum di 48 ore all'Europa (quella stessa Europa, non va dimenticato, che minaccia di lasciare sguarnita la mangiatoia dell'Anp. Sicché, come ognuno capisce, l'irritazione è doppia).
«Gli uffici resteranno sotto stretta sorveglianza - ha detto uno degli uomini mascherati prima di levare l'assedio -. E se i Paesi europei continueranno ad aggredire l'Islam e il profeta Maometto, di questo palazzo non resterà pietra su pietra». Al valico di Rafah, dove i supervisori danesi, norvegesi e francesi si sono messi «sottovento», esponenti delle Brigate Al Aqsa hanno tenuto addirittura una incendiaria conferenza stampa, mentre in tutto il mondo arabo è già scattato il boicottaggio dei prodotti provenienti dai Paesi incriminati. Per prudenza, la Norvegia ha già chiuso il suo ufficio di rappresentanza in Cisgiordania. Gli altri Paesi coinvolti dalla bufera, a quanto pare, daranno seguito.
Sull'orlo di una crisi di nervi è anche un'altra filibusta aggregata ad Al Fatah (Brigate Abu el-Reesh, si chiama) che ha definito «in pericolo» i cittadini norvegesi, danesi, francesi e tedeschi a Gaza se i loro rispettivi governi non piegheranno il ginocchio chiedendo scusa entro le prossime dieci ore. Con gli occhi fuori dalle orbite, anche per guadagnarsi una citazione piccola piccola sui giornali, sono anche i Comitati di resistenza popolare, che ultimamente si sentivano un po' trascurati dai media. Per loro, gli stranieri in questione sono «obiettivi».
E poiché il rapimento di occidentali a Gaza e dintorni è stata una pratica piuttosto in voga, negli ultimi tempi, il sesto senso suggerisce comunque di non prendere le minacce sottogamba.
Awad Hamdan, proprietario di un hotel di Nablus, ha confermato la notizia delle «retate» in corso, raccontando di due uomini che gli avrebbero intimato di segnalare la presenza di stranieri in zona. Uno, per il momento l'han già trovato. È un cittadino tedesco che lavora in un’organizzazione umanitaria. Prelevato da un gruppetto armato, l'uomo è stato liberato dopo circa un'ora. Sequestro lampo, «dimostrativo», diciamo così.
Anche nella Gerusalemme araba, solitamente tollerante e avvezza a trattare con i turisti di tutto il mondo, il risentimento è forte. L'invito a boicottare i prodotti danesi è apparso ieri mattina, riprodotto in centinaia di poster attaccati alle vetrine dei negozi palestinesi. Uno di questi, accanto a ferri da stiro, minipimer, frullatori e asciugacapelli, figura anche nella vetrina dell'elettricista Mousa Kadamni, sulla Ibn Siha street. «Rifiutiamo e denunciamo l'offesa portata al Messaggero dell'Umanità», c'è scritto. E poi, accanto a una bandiera danese cancellata da una grande «X»: «Non comprate i prodotti di questo Paese». Torno torno, sui bordi del manifesto, i «logo» dei prodotti da mettere al bando: cominciando dal famoso burro salato e finendo con l'altrettanto diffuso latte in polvere. «Nel dubbio - dice una scritta piccola piccola - controllate il codice a barre. I prodotti danesi cominciano col numero 57».
Jamal, il figlio del proprietario, giura che agli stranieri presenti a Gerusalemme non verrà torto un capello. «Ma l'offesa resta. A nessuno di noi viene in mente di scherzare sull'Olocausto. Dunque cosa vi dà il diritto di mettere in caricatura il Profeta? A me non sembra né divertente né democratico». Insomma, è stato difficile dargli torto.
Luciano Gulli