Nei versi di Gian Mario Villalta splende la luce delle tenebre

Paesaggi e stati d’animo si compenetrano in una raccolta di poesie vicine alla mistica di Juan de la Cruz

Che cosa vediamo al buio? Niente, verrebbe da dire. Il buio è buio perché non permette di vedere nulla. Detto così suona troppo facile. Ma proviamo a capire di che tipo di buio si parla nella bella raccolta di poesie di Gian Mario Villalta il cui titolo è proprio Vedere al buio. Per descrivere l’atmosfera che si percepisce leggendo queste poesie, dobbiamo scomodare Juan de la Cruz, la sua notte oscura. L’anima diventa cieca perché vede troppo. L’anima è immersa nella luce accecante e proprio per questo vede ombre, luci vaghe: vede la notte. Provate ad aprire di colpo una finestra in una giornata assolata. Dal buio della vostra camera affacciatevi verso il paesaggio. Rimarrete abbagliati e quello che riuscirete a vedere sarà una conquista ritagliata dentro il buio. Vedrete al buio.
«Le palpebre chiuse, piano, senza stringerle, / che si perda la memoria della luce. / Adesso apri e non guardare niente. / Lentamente trova l’ombra (ce n’è sempre), / trova una linea, un contorno sullo sfondo». Così ci dice Villalta e potremmo considerare questo il momento originario della sua poesia. «Luce» è la parola più ricorrente della raccolta. Il correlativo oggettivo è la forma retorica più frequente. Paesaggio e stati d’animo si compenetrano. E, come nella mistica, il problema di vedere al buio viene risolto attraverso due percorsi. Quello nuziale, del cuore; e quello razionale, della mente. Per stare dentro il paesaggio, bisogna conquistarlo attraverso l’amore o con la forza di una sapienza specifica che si concreta in prensilità intellettuale. Ecco quindi che Villalta si muove attraverso questi due registri, mostrando talvolta una fragilità, una precarietà, una intermittenza del cuore che stupisce per la delicatezza: «Dovrebbe il tempo adesso aprirsi / per le montagne così presenti, / sentisse anche lui chiamare la luce / dalle montagne lontane / e i capelli risplendere freschi, / parlasse anche a me, ma non quello di adesso, / a me quando ero bambino / pieno di luce sulle spalle». Dove l’interezza viene da un periodo talmente mitico, che non sembra mai realmente accaduto. Ricorda l’infanzia, ma probabilmente si trova ancora prima dell’infanzia.
Ed ecco come, in altri casi, il miracolo di vedere al buio viene dato da una conoscenza precisa, un’intellettualità vorace e curiosa che non smette di interrogarsi utilizzando gli ultimi risultati scientifici in termini di percezione. «E chi si ferma a comprare dei fiori bianchi / sotto il tendone all’incrocio nel camper / intorno al noce ruota e non se ne accorge. / Viene a incontrarmi, calcolando il metro / del mio passo, la curva dello sguardo / fuori di me, il noce intorno ruotando». Anche se siamo sballottati al buio, la nostra mente non cessa di essere orgogliosa: riflette, deduce, scopre. E nel miracolo della tensione fra una sensibilità estremamente moderna e una ragione al passo con la scienza sta, oltre alla persuasività del dettato formale, la bellezza memorabile di questa raccolta.

Gian Mario Villalta, Vedere al buio (Luca Sossella Editore, pagg. 88, euro 12).