Neil Young acustico ed elettrico Un doppio show di pura magia

Quando lo vedi, chitarra rombante e voce di cartavetro, intonare «Hey Hey My My, Rock and Roll Will Never Die» capisci perché i Pearl Jam lo considerano un padre putativo. Quando lo ascolti, chitarra acustica e armonica tagliente, voce sporca e nasale, rinnovare classici come Don’t Let It Bring You Down e Harvest comprendi perché è stato la cattiva coscienza della West Coast. Domenica agli Arcimboldi di Milano, nel suo unico concerto italiano, Neil Young (lasciatosi ormai alle spalle un minaccioso aneurisma) ha rinnovato l’eterna magia di un suono che non invecchia ma si pone come base per il futuro. Prima parte acustica; da solo a raccontare che la voce deve essere rantolo e non belcanto in rivoli della memoria come Heart of Gold, Ambulance Blues, Journey Through the Past. Seconda tonante, superelettrica, che aggancia la meravigliosa storia dei Buffalo Springfield (Mr. Soul) al presente The Believer passando per l’epica di Down By the River e per il bis (uno solo ma interminabile) Cinnamon Girl.