Nek, corsa da superstar «Ora scrivo un thriller»

Con il cd Nella stanza 26, è uno dei pochi artisti in classifica con brani inediti: «Voglio crescere, odio i cliché»

Paolo Giordano

da Milano

Scusi Nek, ma perché ritorna in sala d’incisione?
«Sto già scrivendo i brani del prossimo album».
Ma se il nuovo Nella stanza 26 è appena uscito e, per di più, è ancora quinto in classifica.
«Sono un iperattivo, la musica mi frulla in testa e, quando mi viene un’idea, devo registrarla subito altrimenti rischio di perderla: è la memoria che mi frega».
A certi suoi critici invece capita il contrario: dopo quasi dieci anni lei è ancora quello di Laura non c’è.
«Ecco, questo è un atteggiamento che mi fa soffrire. In ogni album che ho pubblicato, da In due a Una parte di me, ci sono segnali nuovi, non voglio ripetermi o incollarmi ai clichè. Eppure».
E allora diamo fiducia a questo ragazzo di Sassuolo che non ha mai lasciato perdere una promessa che è una. I suoi occhi al Festival di Sanremo del ’97 erano quelli sperduti di un esordiente che se la gioca tutta. Ora è qui che pianifica la promozione del suo nuovo cd in mezzo mondo, America compresa, e lo fa con un entusiasmo che si capisce già dalla foga con cui ne parla. Ha appena sposato, lui che diceva «il 70 per cento del mio successo dipende dalla bellezza», la sua Patrizia incontrata dieci anni fa e, velocemente uno dopo l’altro, sta salendo i gradini che separano il successo dalla credibilità. E forse per questo, se ci fate caso, il suo Nella stanza 26 è quasi l’unico album di canzoni nuove in un supermercato di greatest hits, di varia necrofilia musicale e di dischi dal vivo che però sono già in rianimazione.
D’altronde Nek, anche la De Filippi le ha fatto i complimenti: la sua apparizione a C’è posta per te ha toccato il picco di ascolti.
«E sono rimasto in contatto con i due ospiti che erano lì con me: lui lo vedevo parlare così intensamente che mi è venuto un groppo in gola; lei l’altro giorno mi ha detto che ha voluto rivedere quelle immagini almeno quindici volte».
In fondo il suo è un disco costruito sui rapporti umani.
«Io cerco sempre il brivido lungo la schiena, mi piacciono le storie che mescolano i sensi della vita».
Come quella del brano Nella stanza 26.
«Avevo ricevuto una email da una ragazza dell’Est che è costretta a prostituirsi per mantenere la famiglia. Si è confessata, poi è sparita. E la sua storia, che non posso aiutare, che non posso neanche individuare, è diventata una canzone».
Avrebbe anche potuto ispirare un romanzo.
«In realtà, ho già scritto una lunga parte di un libro, che però è un thriller. La scrittura è un dono innato, come in De Carlo per esempio, e proprio l’altro giorno leggevo le lezioni di Baricco su come scrivere un libro. Boh, io non so nulla ma mi ci sono buttato a capofitto».
Verrà ad ascoltare Sting il 13 a Milano?
«Ahimè non posso, quella sera ho un concerto di beneficenza a Sassuolo. Altrimenti non me lo perderei di sicuro. L’ultima volta che sono andato a salutarlo nei camerini, due anni fa, lui era lì con un liuto, così gli ho chiesto: “Lo sai suonare?”. E lui: «No, ma sto imparando». Ecco, a 55 anni vorrei conservare anch’io la stessa voglia di crescere».