Nel 2002 l’ex capo della polizia municipale entrò in conflitto con il Comune. Ma il procuratore di Lucca nega tutto: «Si tratta di processi diversi» Relazioni pericolose nell’inchiesta di Pietrasanta Il sindaco un mese in carcere con l’accusa di cor

Il tribunale del Riesame cita il film «Il vigile» di Alberto Sordi per descrivere «il gruppo d’affari che agiva ai vertici del Municipio»

Il capo d’imputazione è un compendio del codice penale. Abuso d’ufficio, estorsione, corruzione, concussione, associazione a delinquere, perfino maltrattamenti e via elencando tanto che il pubblico ministero ha esaurito le lettere dell’alfabeto per descrivere i misfatti commessi. Facile, facilissimo catalogare Massimo Mallegni, sindaco di Pietrasanta, come un satrapo orientaleggiante, un alfiere dell’illegalità, un nemico dello Stato protetto dalla fascia tricolore. E così i giornali l’hanno bollato, raccontando la folgorante, breve parabola dell’enfant prodige di Forza Italia, vicecoordinatore regionale del partito, che aveva messo su un comitato d’affari e vessava in ogni modo, come un professionista del mobbing, un manipolo di coraggiosi vigili urbani pronti a fischiare i suoi abusi.
Poi si comincia a leggere le carte, si parla con gli avvocati difensori del primo cittadino, in carcere per più di un mese e ora ai domiciliari, e si scoprono alcune circostanze, come dire, curiose. La prima: una parte del bulimico procedimento, appunto il capitolo polizia municipale, sembra la fotocopia di un altro processo nato dalla denuncia di Antonella Manzione, capo dei vigili urbani fino al 2002 quando Mallegni l’aveva cacciata. O meglio l’aveva relegata nel recinto dorato della Versiliana, scintillante salotto mondano e finestra sulla società italiana. La seconda anomalia, sorprendente: Antonella Manzione è la sorella di Domenico Manzione, il Pm che ha chiesto e ottenuto l’arresto di Mallegni e dei suoi presunti complici. Possibile? Possibile: il pubblico ministero ha fatto ammanettare il sindaco in guerra con la sorella. Giuseppe Quattrocchi, procuratore della repubblica di Lucca, si stupisce dello stupore: «Il procedimento nato dalla denuncia della signora Manzione non ha nulla a che fare con l’altro, non c’è connessione e la signora non è più da anni il capo dei vigili urbani. Poi, il tribunale del riesame ha liquidato l’obiezione».
In realtà il tribunale del riesame di Firenze ha scavalcato un terzo ostacolo cui si erano attaccati, con i ramponi del diritto, i legali: fino al 2004 la signora Manzione era viceprocuratore onorario a Lucca. Insomma, lavorava nella stessa procura del fratello. A pochi chilometri dalle spiagge sabbiose e dalla vetrina della Versiliana, il palcoscenico di Romano Battaglia narrato, con quel filo di nostalgia che è la cifra autentica della Versilia, proprio dal duo Battaglia-Mallegni nel libro Fra i ricordi del caffè. Insomma, quando si zooma sulla provincia italiana, anche sulle marine struggenti di Carrà e dei riccastri alla Vanzina che convergono sull’arenile del Twiga di Briatore, ci si imbatte in intrecci inestricabili. E problematici. A causa di uno di questi incroci pericolosi il processo nato dalla denuncia della Manzione è emigrato a Genova, competente per i magistrati toscani, dove è in corso.
L’indagine del fratello, invece, non ha subito la minima scalfittura. Il tribunale del riesame non ha nemmeno sfiorato il nodo della parentela e ha silurato l’ipotesi del trasloco a Genova. «Noi - chiude il discorso Quattrocchi - rispettiamo il codice e ci siamo attenuti scrupolosamente alla legge». «In effetti - risponde l’avvocato Luca Saldarelli - il Pm non ha gli stessi obblighi del giudice, non deva astenersi in situazioni come questa. Certo, è una questione di sensibilità perché comunque il Pm è per definizione una parte imparziale». Che non è un gioco di parole e nemmeno uno slalom linguistico ma a l’alto esercizio di equilibrismo che l’incompiuto sistema italiano assegna all’accusa.
Per ora il sindaco ragazzino che nel 2000, a soli ventotto anni, aveva espugnato la rossa Pietrasanta e nel 2005 aveva ottenuto un bis plebiscitario, rastrellando il 60,28 per cento dei voti, resta confinato a casa. Il tribunale del riesame ha sfoltito la foresta delle contestazioni, cancellando il riciclaggio, un’estorsione, una corruzione, un abuso d’ufficio, ma poi ha scomodato Alberto Sordi e Vittorio De Sica per prendere le misure alla Pietrasanta di inizio millennio: «Tutto questo ricorda lo splendido film Il vigile, laddove l’aspetto, per certi versi comico, del pedinamento si coniuga con una seria realtà dell’esistenza di un gruppo organizzato di tipo affaristico e corruttivo all’interno del Comune». Per Saldarelli il film proiettato dai Pm non corrisponde alla realtà: Mallegni non è il protagonista di una squallida Tangentopoli locale, in cui avrebbe avuto un ruolo pure il padre Mario, imprenditore edile e titolare dello storico stabilimento balneare Felice, spedito ai domiciliari poi revocati, ma semmai un sindaco che aveva il torto di voler cambiare le cose: «Un uomo spiccio, vulcanico, forse insofferente alle lentezze della procedura e alla farraginosità della burocrazia. Un sindaco che non aveva paura di richiamare all’ordine in modo energico, certo non proprio da galateo, i vigili che bighellonavano o si davano appuntamenti privati durante l’orario di servizio».
Un sindaco che al telefono, puntualmente intercettato, diceva di una delle guardie «ribelli»: «La purga non gli è bastata, ora lo purghiamo bene... guardia fissa all’antenna della Rai, almeno così controlla». Per i giornali Mallegni è solo un ex, l’astro nascente precipitato nella palude del malaffare in cui si specchiava, per Saldarelli la partita è ancora aperta: «Gli si contesta tanto, troppo, tutto. In modo generico. E non c’è traccia documentale di una tangente che sia una. Il massimo che si arriva a sostenere è che ha soggiornato gratis al Danieli di Venezia, però le ricevute dicono che fu ospite della società del casinò. Dov’è il problema?».
E allora, prima di far scendere il sipario in attesa del prossimo duello davanti alla Cassazione, conviene allineare un’altra circostanza curiosa: nel 2003 il vicino comune di Forte dei Marmi srotolò una passerella per la Manzione in fuga da Pietrasanta. Il Comune, tanto per cambiare, aveva bandito un posto da funzionario della vigilanza urbana. La Manzione era arrivata seconda, ma il vincitore fu estromesso con la più surreale delle motivazioni: «Visti gli esposti sindacali sulla pretesa irregolarità della procedura selettiva, nonchè le notizie di stampa circa le ipotesi di apertura di un’inchiesta penale da parte della Procura... per tutelare il buon nome dell’amministrazione e per prevenire eventuali richieste penali...» il Comune dispone «la revoca dell’intera procedura concorsuale», assegnando senza altra motivazione quella poltrona alla signora fuggita dall’inospitale Pietrasanta. Come andò a finire? Il Tar fece togliere la passerella, rimettendo in sella l’imbufalito vincitore. Una domanda si aggiunge però in coda alle altre: com’è possibile che la vittima del mobbing in quel di Pietrasanta abbia trovato così tanta comprensione a Forte dei Marmi?