Nel 2006 bastava un Sì per tagliare i parlamentari

Già nel 2006 il centrodestra varò una riforma che riduceva 145 seggi. Ma
la sinistra, che oggi invoca la scure, affossò la consultazione

I costi della politica? «Basta parlare, bisogna fare», dice Bersani. I costi della politica? Subito, avanti, che si aspetta? Il Pd ha fretta, il popolo viola insiste, Rutelli (Api) s’indigna. «Il governo esca dal letargo», intima il presidente dei senatori Idv Felice Belisario. I Democratici riuniscono la Direzione, Fini riunisce la Presidenza. I costi della politica? «Il Parlamento si muova», tuona il sindaco di Firenze Renzi. Scendono in campo i sindacati, e con loro a braccetto Marcegaglia e Montezemolo, le organizzazioni di categoria, i giornali, persino i comitati di quartiere. Mancano solo i Re Magi, Rockerduck e Pollicino, e poi l’elenco sarebbe completo: non c’è persona che, in questi giorni, non si sia pronunciata sulla necessità di tagliare i costi della politica.

E noi, per l’amor del Cielo, siamo d’accordo con tutti loro. Ma così d’accordo che ci viene dal cuore una domanda banale come un discorso di Veltroni: perché i tagli della politica non li avete voluti fare cinque anni fa? Eppure non era mica difficile: non occorreva forzare il Parlamento, non bisognava occupare le piazze, non erano necessarie le rivolte e nemmeno gli indignados. Vi parrà strano ma cinque anni fa per tagliare i costi della politica bastava un semplice sì.
Ricordate? Era il giugno 2006. E la riforma dello Stato sottoposta a referendum popolare prevedeva, fra le altre cose, la fine del bicameralismo perfetto, la trasformazione del Senato in un’assemblea federale e soprattutto la riduzione dei parlamentari da 915 a 770 (518 deputati e 252 senatori). Centoquarantacinque peones in meno: non si tratta certo del dimezzamento auspicato e sperato, ma comunque sono 145 stipendi in meno, 145 tessere Alitalia in meno, 145 pranzi alla buvette in meno, 145 portaborse in meno, etc. Ripeto: non era mica difficile risparmiare questi soldini. Bastava non risparmiare un «sì» sulla scheda del referendum.

«Il governo esca dal letargo», accusano oggi i dipietristi. Ma chi è che ha dormito cinque anni fa?
Certo, c’era di mezzo il lumbard Calderoli che non sta simpatico al popolo viola, e nemmeno ai compagni di Tonino (sapete com’è? Il ministro porta magliette che non sono per nulla chic e abita in compagnia di un orso, per quanto assai meno pericoloso di certi ex pm). E poi c’era la questione del federalismo che non andava giù ai nemici della Padania in servizio permanente effettivo. E soprattutto c’era il rafforzamento dell’esecutivo che spaventava coloro che prosperano da anni sull’ingovernabilità del Paese. Tutte motivazioni (valide?) per osteggiare la riforma.

Ma la verità è che per la prima volta, in quell’occasione, si era arrivati davvero vicini a cambiare la struttura della Stato. E nello stesso tempo vicinissimi a ridurre il numero dei parlamentari. «Basta parlare, bisogna fare qualcosa», sentiamo ripetere in questi giorni. Sicuro. Ma i partiti e i movimenti che ora si stracciano le vesti dicendo «facciamo qualcosa», allora fecero assai più di qualcosa. Fecero di tutto. Per bloccare i tagli ai costi della politica.
E allora fa un po’ ridere tutta questa frenesia a scoppio ritardato, questo attivismo cinque anni dopo, questa retorica del «che cosa stiamo aspettando» alla Bersani in salsa rosa. «Il problema esiste, presentiamo proposte concrete», sostiene il segretario del Pd, rinunciando per una volta a imitare Crozza e smacchiare il giaguaro. D’accordo: proposte concrete.

Ma che le presentiamo a fare se poi voi le bocciate? Il progetto elaborato in questi giorni dal Pd, in effetti, prevede una Camera con 400 deputati e un Senato con 200 senatori, un centinaio di meno di quelli previsti dalla riforma del 2006: la differenza è che questa riduzione dev’essere ancora messa in calendario, e chissà se sarà mai più discussa. Quell’altra sarebbe già stata operativa cinque anni fa. Fate due conti: 145 parlamentari in meno da 5 anni. Quanti soldi avremmo risparmiato? Quanti mal di pancia? E quante polemiche?
Per favore, qualcuno glielo spieghi al popolo viola, agli scatenati dell’Idv, ai pasdaran di Grillo. E anche a quel bravo ragazzo di Pippo Civati, volto educato dei rottamatori Pd, che nei giorni scorsi ha avuto un’idea geniale (ma proprio molto geniale) e l’ha pubblicata sul blog: «Ho pensato che un referendum sui costi della politica farebbe bene a questo Paese...».

In effetti: è proprio un colpo di genio, una pensata con i fiocchi: un referendum farebbe bene a questo Paese. Un referendum, magari proprio come quello di cinque anni fa, che ne dici Pippo? Da rottamatori a ripetenti, forse chissà, questa volta la lezione la imparate anche voi...