«Nel 2008 con questo stato sociale la Francia finirà come l’Argentina»

Sussidi per le case, cure mediche, pensioni, varie indennità: il 51% delle famiglie non paga tasse

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Poi parli con loro, quei tecnocrati usciti dalle Alte scuole che da sempre costituiscono l’establishment del Paese. E ti spaventi, perché lo scenario che prefigurano da brividi: la Francia in ginocchio come l'Argentina. E non in futuro lontano, ma dopodomani nel 2008, forse nel 2009. Inutile cercare riscontri ufficiali. In pubblico alti funzionari, economisti e politici si attengono alla linea ufficiale: non allarmare l'opinione pubblica, dare l'impressione che la situazione sia sotto controllo, soprattutto a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali. Ma quando riesci a conquistare la loro fiducia, sotto garanzia di anonimato descrivono un Paese che sembra essere davvero sull'orlo di una catastrofe finanziaria. Uno di loro ci riceve nel suo ufficio, nella zona dei Champs Elysées. Un percorso esemplare il suo: laureato all'Ecole polytechnique è stato ispettore delle Finanze, poi direttore di una grande banca, amico e consigliere di diversi primi ministri, sia socialisti sia gollisti, infine manager in alcune aziende private. Un uomo di Stato e, al contempo, d'affari. E in quanto tale capace, come pochi altri, di fotografare, senza filtri, la realtà delle finanze pubbliche. Estrae dal cassetto una tabella, poi prende un foglio bianco e spiega.
In Francia lo Stato paga la pensione, il dentista, le cure mediche. Investe 14 miliardi in sussidi per gli alloggi, si prende carico del 9% dei lavoratori ufficialmente senza lavoro, più di coloro in riqualificazione professionale e soprattutto di quel 5-6% di disoccupati di lungo periodo che non vengono più inclusi nelle statistiche ufficiali. Lo Stato si è rassegnato a mantenerli a vita, con l'Rmi, un'indennità di alcune centinaia di euro mensili. E ancora: le coppie che hanno più di due figli hanno diritto a forti deduzioni fiscali e, sovente, anche ad assegni di sostegno. Risultato: oggi il 51% dei nuclei familiari francesi non paga tasse. Un Paradiso.
Ma allora come si mantiene lo Stato? Solo metà dei francesi sono impiegati nel settore privato, l'altro 50% nel pubblico - tra funzionari pubblici, disoccupati, assistiti a vario titolo - che dunque non genera ricchezza. E negli ultimi tempi «il gettito dell'imposta sulle persone fisiche (l'Irpef) è servito per rimborsare gli interessi sul debito pubblico». Quel che entra esce subito. Lo Stato si regge sugli incassi generati dall'Iva e dalle imposte sugli immobili e sulle società. E naturalmente sul debito pubblico, che nel 2002 era pari al 58,8% del Prodotto interno loro e che nel 2006 toccherà il 67,9%. Quasi dieci punti in più in solo quattro anni, che il governo ha finanziato agevolmente grazie ai tassi di interesse bassi. Come dire: la Francia ha vissuto a credito. Ma il costo del denaro nella zona dell'euro è destinato ad aumentare: era del 2%, ora è salito al 2,5% ed è verosimile che entro dodici-diciotto mesi, superi il 3 per cento. Tutto questo in un anno elettorale e in un Paese che, come dimostrano le manifestazioni di questi giorni, non è affatto disposto ad accettare sacrifici. Anzi, chiede più sicurezza, dunque più tutele statali, dunque più investimenti pubblici. «Chi vuole vincere le elezioni dovrà assecondare queste tendenze con promesse demagogiche, che il nuovo presidente, una volta all'Eliseo, sarà obbligato almeno in minima parte soddisfare».
Ed è a questo punto che il banco rischia di saltare. Con tassi di interesse al 3% (e forse oltre), il gettito dell'Irpef non sarà più sufficiente per pagare le cedole sul debito a breve termine, che risulteranno più care del 50%. Aumentare l'Iva che è già al 20%, è improponibile; tartassare le imprese assurdo, perché molte reagirebbero abbandonando il Paese. E non sarebbero certo misure estemporanee come condoni o scudi fiscali, peraltro estranee alle consuetudini della Francia, a garantire soluzioni durature. Davanti c'è il vuoto, in una società in cui si moltiplicano i segnali di declino. Un tempo i giovani usciti dalle grandi scuole scientifiche, economiche e della funzione pubblica, restavano a Parigi, cooptati in un sistema che garantiva prestigio e benefici economici. Ora lo Stato continua a formarli, investendo cifre considerevoli, ma molti di loro, non appena finiti gli studi, preferiscono andare a lavorare all'estero, per lo più nei Paesi anglosassoni. Oltre un milione negli ultimi anni. È la fuga di cervelli da un Paese che non seduce più i propri talenti. E che rischia di rimanere a secco. Davanti c'è l'Argentina. Parola di un tecnocrate che la sa lunga.
marcello.foa@ilgiornale.it