Nel blu dipinto di blu dei nuovi Uffizi

da Firenze

Una lunga scala luminosa e dieci stanze blu cobalto, piene di capolavori. Sono queste le prime visioni in cui si imbatte il visitatore dei «Nuovi Uffizi». Da oggi è visibile la prima porzione di Uffizi restaurati, presentata alla stampa e inaugurata alla presenza degli addetti ai lavori. A sinistra della Loggia dei Lanzi, una grande saracinesca e un’impalcatura fanno capire che si può entrare nel nuovo ingresso, ma i lavori non sono terminati.
Finisce una complicata storia, ricca di polemiche e ritardi, e se ne apre un’altra. Finisce quella iniziata nel 1965, quando Nello Bemporad, allora Soprintendente ai monumenti, aveva elaborato il primo progetto sui «Grandi Uffizi». La prima tappa a fine anni Novanta, quando viene istituita una Commissione, coordinata dal ministero, per stabilire le linee-guida dei Nuovi Uffizi. Il progetto nel 2004, i primi cantieri, le gare d’appalto, i lavori iniziati nel 2006, i contenziosi, i cambi di direzione, il commissariamento nel 2009 con il trasferimento dell’ex soprintendente Paola Grifoni a Bologna, la nomina di «tecnici non preparati», come racconta lei stessa in un libro. Insomma, «una tortura».
Ma anche una sfida, come ricorda oggi Cristina Acidini, perché operare in un fabbricato antico e illustre, abbarbicato ad altri edifici della vecchia città e concepito per le tredici Magistrature cittadine, non certo come museo, non è affatto facile. «È vero, i tempi sono stati più lunghi del previsto - ammette la Soprintendente per i beni architettonici Alessandra Marino -, ma abbiamo dovuto operare in un contesto delicato e particolare senza mai chiudere la Galleria degli Uffizi, che ha raggiunto il record di un milione e 700mila visitatori. Senza mai rinunciare a una mostra, né chiudere la Piazza». Inoltre, spiega Laura Baldini, attuale Direttore dei lavori, «quando si opera in strutture plurisecolari si incontrano situazioni imprevedibili, che obbligano a ripensamenti sulle tecnologie da adottare».
E ora, ecco i primi risultati, il recupero del settore di Ponente degli Uffizi, dietro la loggia dei Lanzi, in attesa di procedere al restauro di tutto il complesso, che durerà altri anni. L’impatto è con una struttura moderna e luminosa: la Scala di ponente, curata da Adolfo Natalini, che la definisce «una torre in pietra con grandi aperture». Realizzata nella restaurata Corte della Vecchia Posta, si arrampica sui diversi piani, aprendo inediti scenari architettonici. Alla sua base ci sono gli ascensori e una serie di ambienti rinnovati e climatizzati: il Gabinetto fotografico della Soprintendenza e del Polo Museale di Firenze, 750 metri quadri di laboratori e spazi dedicati all’archiviazione del vasto e prezioso patrimonio di lastre e negativi, destinati alla consultazione degli studiosi. I Nuovi Depositi, circa 1340 mq, allestiti tra il 2008 e il 2010, per conservare i quadri non esposti, sistemati su griglie che ne permetteranno lo studio agli interessati. E poi spogliatoi, uffici per 637 mq e in futuro un ristorante o caffetteria.
Ma la vera sorpresa è nelle dieci sale al secondo piano. Dieci piccole (relativamente) stanze, come delle Wunderkammer, accolgono circa un centinaio di quadri di spagnoli, fiamminghi, olandesi, francesi del ’600 e ’700. Le pareti brillano di un insolito blu cobalto, che rompe con i tradizionali colori del Vasari, bianco delle pareti e grigio della pietra serena. Il nuovo colore l’ha scelto Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi, che ha potuto farlo in quanto «quella porzione di edificio è estranea alla fabbrica di Vasari». Il bianco e il grigio, rispettati dagli architetti del passato, avrebbero finito per dare a tutto il «sapore dell’infermeria», spiega con verve toscana.
In mezzo a quell’azzurro, del resto, è piacevole visitare la straordinaria collezione di maestri del ’600 e del ’700, raccolti dai lungimiranti Medici. Cosimo III, a esempio, si era procurato personalmente quadri nordici nei due viaggi in Olanda nel 1667-68 e 1669. Aveva visitato la bottega di Gerard Dou e di Frans van Mieris, abili pittori di genere, di cui sono esposte numerose opere. Dopo di lui la collezione era stata arricchita dalla figlia Anna Maria Luisa. I dipinti francesi arrivarono invece attraverso Ferdinando III di Lorena a fine ’700. Così, da una sala all’altra, si passa dagli spagnoli, tra cui due Goya e un Autoritratto di Velázquez, ai francesi del ’600, inclusa la bella Madonna della cesta di Simon Vouet, dai ritratti e autoritratti Rembrandt ai Brueghel sino al grande Rubens.
info@mauriziatazartes.it