Nel «Cappello» di Nino Rota comicità vera e tanta bravura

Il cavallo si mangia il cappello di paglia della gentil donzella adulterina e zacchete! la miccia è innescata. Nino Rota, geniale, ironico, con quella vena di «demenziale» follia che rende la comicità genuina, sincera, irresistibile, ha costruito un meccanismo teatrale perfetto; e lo ha rivestito di un tessuto musicale che gli calza a pennello. E allora, è proprio il caso di dirlo, «tanto di cappello» a lui e anche all'Opera Giocosa di Savona, che ha messo in scena questo bellissimo e a molti ignoto «Cappello di paglia di Firenze» (recita oggi, ore 15.30), scritto da Rota nel 1944-45 su libretto proprio e della madre, Ernesta Rinaldi, e tratto dalla commedia di Eugène Labiche e Marc Michel. Alla faccia di chi pensa a Rota solo per le colonne sonore regalate ai film di Fellini. Spettacolo davvero divertente, fresco e dinamico al punto giusto, grazie sì alla velocità con cui si consuma il tutto - brevità, gran pregio! dice Puccini in Boheme - ma anche alla regia frizzante di Elena Barbalich, che ha calibrato in modo esemplare i pazzi momenti di questo infinito tourbillon, con azioni e movimenti puntuali, isterici e convulsi, che riportano ad una pellicola cinematografica. Non a caso, naturalmente. Come non casuali sono le scene e i costumi (Tommaso Lagattolla) che di ispirano al «cine» anni venti, e che fanno da cornice ideale a tutto l’ambaradan, fatto di corse pazze, pianta alla Hellzapoppin’ e barboncini di peluche. Bravo il cast. A partire da quello che è un po' il protagonista - anche se i ruoli, qui, hanno poi pari importanza - Leonardo Cortellazzi (Fadinard), spiritoso, simpatico, ottima presenza scenica e voce davvero interessante. Accanto a lui, Manuela Cucuccio (Elena), Annamaria Sarra (Anaide), Marianna Vinci (Baronessa), Domenico Colaianni (Nonancourt), Filippo Fontana (Beaupertuis), Simone Alberti (Emilio), Stefano Consolini (Zio Vezinet), Silvia Giannetti (La modista), Roberto Covatta (Felice): affiatati, affannati e pure preparati, alle prese con scioglilingua e «singhiozzi» in puro stile rossiniano e con cantabili e gorgheggi che, se fanno un po' il verso all’opera seria, ne mantengono però anche le difficoltà tecniche. Bravo anche il direttore Giovanni Di Stefano, che ha tenuto l'orchestra (Sinfonica di Sanremo) al passo con gli interpreti, anche nei momenti più delicati, quando l'equilibrio buca palcoscenico facilmente vacilla. E bravo infine il coro (Aslico Circuito Lirico Lombardo), che con il «chapliniano» ensemble delle modiste ha regalato una freschissima apertura d'atto. Caldi applausi ed entusiasmo da una platea, ebbene sì, di giovanissimi. Che non è poco. E allora, chapeau!...anche per questo.