Nel centrosinistra i professori sanno solo dire no

Paolo Armaroli

Stefano Rodotà non è solo un giurista provetto ma anche uno che con la politica del diritto, per usare il titolo della bella rivista da lui fondata, si è per così dire sporcato le mani. Deputato al Parlamento per quattro legislature, prima della Sinistra indipendente e poi del Pds, è stato componente di ben due delle tre commissioni bicamerali per le riforme costituzionali che hanno calcato la scena. E precisamente quella presieduta dal liberale Aldo Bozzi, nonché quella guidata prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti. Rodotà non è tipo da scaldare il banco. Nella sua veste di parlamentare ha preso la parola una infinità di volte. Ma per dire pressappoco la stessa cosa.
Tanto per esser chiari, Rodotà non ha mai fatto mistero di considerare con sospetto i vari tentativi di aggiornare la nostra Costituzione. Tuttavia, per non passare per un conservatore istituzionale incallito, fin dai primi anni Ottanta non ha negato l’indubbio malessere delle nostre istituzioni. Ma ha espresso il convincimento che la sua radice va ricercata «non tanto o non solo o non prevalentemente in una mancanza di poteri di decisione, quanto piuttosto in una situazione di straordinaria difficoltà nel rapporto tra istituzioni e società». Se allora menava un po’ il can per l’aia, aveva dopo tutto qualche buona ragione. Al solo sentir parlare di governabilità arricciava il naso perché - in un sistema di democrazia bloccata, senza alternanza al potere - ad avvantaggiarsi di una riforma ad hoc sarebbero stati unicamente i partiti di governo. Sempre gli stessi.
Orbene, una persona non sospetta come lui, in un articolo pubblicato sulla Repubblica di sabato, non risparmia qualche argomentata critica all’Unione per come sta conducendo la campagna referendaria volta a gettare nel cestino dei rifiuti la riforma costituzionale di recente approvata dal Parlamento. Rodotà tra l’altro si domanda: «Si insisterà soltanto sulla necessità di cancellare la brutta riforma appena approvata o fin d’ora si indicheranno modifiche alla seconda parte della Costituzione ritenute necessarie?». Interrogativo legittimo, vista la piega che va prendendo la campagna referendaria condotta dal centrosinistra. Tant’è che Rodotà invita l'opposizione a «chiarire quale debba essere lo spirito di una futura revisione costituzionale, affidando poi l’individuazione delle sue modalità e dei suoi limiti ad una discussione e ad un confronto che non si esauriscano nei rapporti tra i vertici di partito». Altrimenti, lascia intendere, l’Unione rischia di perdere di brutto il referendum che si terrà a giugno.
In effetti, i vari comitati per il referendum istituiti dal centrosinistra sembrano creati apposta per sfigurare agli occhi di un’opinione pubblica che da oltre un quarto di secolo sente dire un po’ da tutte le parti che la Costituzione ha bisogno di una bella messa a punto. Suggestionati dai triplici no di Romano Prodi, si propongono di fare tabula rasa senza prospettare alcuna alternativa. Basti citare per tutti il comitato che ha per ragione sociale questa: «Salviamo la Costituzione: aggiornarla non demolirla». A presiederlo non poteva essere altri che Oscar Luigi Scalfaro. L’ex presidente della Repubblica, dopo il referendum del 1993 che a stragrande maggioranza si espresse contro la proporzionale, cavalcò la democrazia maggioritaria a tal punto da invitare il Parlamento a varare una legge elettorale sotto dettatura del popolo. Ma, dopo le dimissioni del primo governo Berlusconi, gettò alle ortiche la democrazia maggioritaria e si attenne alla lettera della Costituzione del 1948. Optò per un nuovo governo presieduto da Dini anziché sciogliere le Camere e dare la parola al popolo sovrano. Come i parrucconi della Restaurazione, i conservatori istituzionali dell’Unione nulla hanno imparato e nulla dimenticato. Lividi di rabbia, crocifiggono la riforma costituzionale della Casa delle libertà semplicemente perché loro non sono stati buoni a nulla.
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