Nel Ciaikovskij di Temirkanov tutta la poesia della Russia

Non vi so raccontare la Quinta sinfonia di Ciaikovskij secondo Yuri Temirkanov. Non il suo gesto, energico, cordiale, fantasioso, senza bacchetta, a volta anticipato come promemoria d'una lunga intesa, a volte abbandonato come una danza, a volte come un appello all'immersione nel suono o all'estro guizzante e liberatorio. Non la sua interpretazione, che sembra tutto ardere in un crogiuolo scuro, col suono che parte dai dieci contrabbassi della Filarmonica di Leningrado, grumoso, impregnato di memoria, terra e cielo, ebbrezza e dolore, con gli archi in tanti accenti che non spezzano mai il canto struggente, o con quei pizzicati vigorosi, cangianti, imprendibili. Negli strumenti a fiato senti la violenza primitiva disposta a mutarsi in celebrazione di luce. Un corno può confidare le speranze e i rimpianti più intimi, con libertà di colori e di respiro. Al Conservatorio di Milano, vivevamo tutti la Russia della terra, la Russia della poesia e dei grandi romanzieri, felici come se fossimo premiati per l'amore che provavamo.