Nel cielo dei "manettari" brilla De Magistris

L’ex pm di Catanzaro è l’astro nascente della politica giustizialista. E
la sua ortodossia preoccupa il leader. Ora Di Pietro rischia grosso
sulla candidatura di De Luca: anche "il Fatto" di Travaglio gli volta le
spalle

Roma - La «svolta di Salerno», con quell’appoggio all’imputato Vincenzo De Luca estorto al popolo dipietrista, decreta che il nuovo campione del giustizialismo è lui: Luigi De Magistris. Intransigente, primadonna, amatissimo dagli ultrà manettari, spinto a Strasburgo con una valanga di voti (450mila), l’ex sostituto procuratore di Catanzaro ha raccolto il testimone del purismo forcaiolo. Lui no, non ha voluto nemmeno assistere al processo-farsa imbastito nella pancia dell’Hotel Marriott per assolvere il candidato alla Regione Campania e regalargli il sostegno dell’Idv. «Non siamo mica a Porta a Porta», ha sibilato De Magistris uscendo dal salone dove De Luca stava srotolando la sua arringa difensiva.

«E poi i processi si fanno nelle aule dei tribunali, mica ai congressi. E cos’è? Il processo breve?». L’inflessibile eroe del codice non può piegarsi alla realpolitik e alla favoletta del male minore: ma che vuol dire «meglio appoggiare De Luca che regalare la Campania ai Casalesi?». De Magistris non cambia idea, ha la toga tatuata sulla pelle e per lui il sindaco di Salerno è imputato, sotto processo, impresentabile. È Di Pietro che con la «svolta» ha sbandato, rischiando di andare a sbattere. E hai voglia a negare che tra Tonino e il suo (ex?) pupillo non sia duello.

«De Magistris avrà un ruolo nel partito a tutto tondo - assicurava ieri Tonino - perché per noi rappresenta una risorsa». Una risorsa, certo, ma anche l’avversario interno più temuto. A scendere sul campo di battaglia è stato anche l’onorevole Franco Barbato, autore di una nota al vetriolo nei confronti dell’ex pm campano: «Forse De Magistris non ha ancora realizzato che non è più un magistrato e che i politici non fanno i processi nei tribunali; e men che mai si demoliscono gli avversari, compreso Berlusconi, per via giudiziaria». Botte da orbi, insomma. Da una parte il Di Pietro in versione mago Zurlì che per far digerire De Luca ai suoi s’inventa la favoletta dei «paletti»: si dimetta se condannato, faccia piazza pulita delle nomine passate, governi come in una casa di vetro; dall’altra De Magistris versione «signor no» che ripete a macchinetta: «Io non lo voto, è improponibile perché ho letto le carte e la questione morale non può partire da lui».

Ma il nuovo corso dettato da Tonino è una virata rispetto all’ortodossia delle Mani pulite e basta che l’inquisito candidato tocchi i tasti politici giusti per guadagnarsi l’assoluzione dell’Idv. È bravo ad arringare la folla, De Luca: «Io rifiuto la logica delle clientele» e giù applausi; «Tutti i consulenti della Regione a casa!» e sono olè; «Basta coi viaggi all’estero a spese della Regione» e partono i «bravo»; «Stop alle nomine di primari che non distinguono un bisturi da un cavatappi» ed è frastuono di battimani; ma soprattutto «La magistratura indaghi a 360 gradi. Ognuno si difende “nei” processi e non “dai” processi» ed è l’apoteosi, il boato, l’assoluzione piena. Per il Di Pietro di ieri non sarebbe bastato, per quello di oggi è più che sufficiente.

Una linea benedetta pure dall’Unità, che ieri ha consacrato il new deal dipietrista. «De Luca piace a tutti, meno uno», titolava ieri il quotidiano di Concita De Gregorio secondo cui «De Magistris resta contrario ma è in minoranza». Di certo a fine congresso il polso dei delegati pulsava a mille sul caso Campania. «Io non ho mica sentito che si sarebbe dimesso in caso di condanna - ammetteva uno -. E poi che condanna? In primo grado? In Cassazione? Mah...». Un altro rifletteva: «In questo modo non siamo più diversi dagli altri. E poi mica basta venire qui a fare un comizio su come ha governato bene a Salerno per riacquistare la verginità». Parole come pietre che fanno male quasi come l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto. Il quale, questa volta, scarica Tonino: «Inutile nascondersi dietro un dito: l’ovazione che ha salutato una vecchia volpe come De Luca al congresso dell’Idv rappresenta una sconfitta per Di Pietro e soprattutto per il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana».

Peggio: «Ora è tardi per le lacrime di coccodrillo. Ma oggi gli italiani che sognano una politica pulita sono un po’ meno di ieri». Sulle stesse posizioni anche il portavoce della Federazione di sinistra, Paolo Ferrero: «Se andare a governare significa far assolvere da un congresso chi è rinviato a giudizio dalla magistratura e ha amministrato la propria città su posizioni di destra, allora non ci siamo proprio».