Nel cimitero della «diaspora» palestinese

La Fondazione Craxi nel campo di Sabra e Chatila dove nel settembre ’82 furono uccise migliaia di civili

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Beirut

Poveri, piccoli tamburini con gli occhioni sgranati, son lì sul cancello di Martyrs square a far la guardia d’onore con le magliette disegnate come le kefiah, i baschi azzurri e rossi, mentre i soldati libanesi controllano minacciosi armi in pugno. Bimbi spauriti ed emozionati, mentre le telecamere s’accalcano all’arrivo di Stefania Craxi e del sindaco di Ghobeiry. «Benvenuti amici e fratelli nella diaspora palestinese», saluta al microfono una voce femminile dura e triste, «voi portate qui il ricordo della persona più sincera e fedele ai diritti del nostro popolo, siete il nostro ponte per il ritorno alla civiltà».
Era già commossa alla musica dei ragazzini, la figlia del leader socialista morto in esilio sei anni fa, le sono venuti i goccioloni quando dal sindaco e dagli anziani è venuta l’esortazione accorata: «Nostra amica Stefania, continua su questa strada e su questa linea, sii fedele all’insegnamento di tuo padre».
Ricordate Sabra e Chatila? Non siamo usi a coltivar memoria delle nostre tragedie, figurarsi le altrui. E poi è trascorso un quarto di secolo da quel massacro perpetrato dalle milizie cristiane libanesi sotto gli occhi compiacenti dell’esercito israeliano. «Nel nome di Dio misericordioso», iniziano tutti i discorsi tenuti qui ieri, anche quello di Stefania e pure quello di Abou Said al Khansa, sindaco di questa sterminata e povera periferia di Beirut, che ha imparato a vivere nella tragedia e dunque saluta: «Benvenuti nel cimitero di Sabra e Chatila». Sì, questo fazzoletto di terra verde che un muro scalcinato difende da un mare di baracche, copertoni che bruciano e fogne a cielo aperto, è un cimitero. Senza un fiore né una lapide, la Fondazione Craxi ha promesso una statua, un monumento, qualcosa. E qui, sotto i nostri piedi, riposano migliaia di morti. Bambini sgozzati e donne sventrate, ragazzi e vecchi, perché gli uomini erano lontani dal campo, a combattere. Massacrati tutti all’arma bianca, per non far rumore. E quando l’esercito israeliano finalmente si mosse, gettati in una discarica con calce e terra perché troppi, irriconoscibili e antiigienici. Ecco, stiamo calpestando l’ennesima discarica della storia umana, l’inferno in terra. E le donne, madri ormai vecchie e stanche i cui figli riposano sotto queste zolle, accarezzano e baciano Stefania.
Forse ricordate una celebre foto di quella mattanza datata 1982. Riprendeva un volto di donna bello e disperato, i capelli scomposti dalla furia e le labbra a gridare un dolore infinito, mentre indicava i suoi morti. Accanto al cancello del cimitero quella foto è stata ingrandita come altre su metallo, ed ora Meilana el Borge vi posa accanto, il volto velato e paurosamente invecchiato. «Sì, quella donna sono io», spiega a Stefania indicando i corpi straziati dei suoi nella vecchia foto, «ho visto massacrare i miei due figli, il più grande aveva 17 anni, e mio marito che ne aveva 32». S’è fatta icona del suo dolore, questa madre. Gli occhi che nella foto urlavano vivi e disperati, ora son spenti, fissi e lontani.
Poi, al campo di Borg el Baranje, nel centro sociale dove l’acqua gocciola dal soffitto e la corrente elettrica va e viene, i ragazzini hanno offerto un saggio di danza sulle note di un canto, «Sogno palestinese». Rapida visita all’asilo infantile intitolato a Bettino Craxi, con la promessa della Fondazione a contribuire per costruirne un altro nel campo di Chatila. Ieri si votava, nei Territori e a Gaza. Qui no, perché «purtroppo l’Anp non rappresenta la diaspora palestinese», spiega Abou Fadi Hammad (fratello di Nemer Hammad, per decenni ambasciatore palestinese a Roma) che è responsabile dei campi libanesi per Al Fatah. «Questi bambini sono già la quarta generazione che non è nata in Palestina, ma sognano anch’essi di tornare in patria», ha detto a Stefania ringraziandola: «Siamo fieri della vostra visita».