Nel deserto nasce la Maranello d’Arabia

nostro inviato a Abu Dhabi
Controsoffitti d’oro, nel senso del metallo, non del colore; sotto il grande plastico della disneyland dei motori rosso vestiti: Ferrari World, si chiama. Lo sguardo fa su e giù senza soste nella grande hall dell’Emirates Palace, l’hotel sette stelle scelto come quartier generale per annunciare al mondo il secondo Gp del Medio Oriente, dal 2009, il primo con l’ambizione di privare Montecarlo del titolo di unica corsa cittadina (ma il circuito non verrà smantellato ogni anno). A sfilare al volante delle F1 del campionato scorso, lungo un mini circuito di 4 km, ci saranno oggi tutti i big a trecento all’ora, dal campione del mondo Alonso ai due ferraristi, Raikkonen e Massa. Forse ci sarà anche Schumi, «cinquanta e cinquanta però secondo noi verrà» c’è chi sussurra fra gli organizzatori mentre la Ferrari smentisce e Bernie Ecclestone fa lo gnorri: «Michael è pensionato, dubito arrivi».
In attesa del verdetto e di vedere, in caso l’enorme tedesco si presenti, se tornerà per un giorno al volante di una F1, all’Emirates palace si fa su e giù con gli occhi perché sopra luccicano le tonnellate d’oro, trecento per la precisione, usate per ornare questa immensa cattedrale nel deserto, mentre sotto luccica il plastico dove troneggia il parco Ferrari. Appoggiato al corrimano, un signore con occhi grandi e inconfondibili osserva solo il modellino in scala. Dice: «Vede quella struttura rossa? È fatta così per ricordare le razze di un volante di F1». Quel signore si chiama Piero Ferrari, un uomo che da sempre ha scelto il low profile per cercare di non fare mai ombra, con il cognome pesante, ai vertici dell’azienda, del reparto corse, agli stessi piloti. Eppure, se la F1 è qui nel più ricco dei sette emirati, lo si deve soprattutto a lui, al figlio di Enzo Ferrari. E così per il parco tematico, quasi una Maranello d’Arabia la cui prima tranche di lavori terminerà anch’essa nel fatidico 2009. «È nato tutto per caso – racconta il vice presidente della Rossa –. Anni fa il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, venne in Italia per questioni legate alla Piaggio. Fu così che lo conobbi e scoprii quanto era appassionato di F1 e della Ferrari. Sapeva che Mediobanca possedeva una quota della nostra azienda per cui mi disse “potremmo rilevarla noi”. Detto e fatto. Dal luglio 2005, la holding legata al governo e quindi alla famiglia regnante, la Mubadala, possiede il 5 per cento del Cavallino. E cosa tira cosa: se l’idea del parco Ferrari era un progetto caro al presidente Montezemolo, il luogo dove realizzarlo è un’intuizione di Piero Ferrari: «Difficile trovare in Europa spazi simili e società disposte a investire certe cifre» sottolinea. Il Cavallino, infatti, ha concesso lo sfruttamento della propria immagine per il parco, ma non ha tirato fuori soldi e di soldi ne serviranno davvero molti. L’investimento stimato è infatti di circa 28 miliardi di euro: solo così si potrà trasformare un’isola di 2,5 milioni di mq nell’unico altro posto al mondo, dopo Maranello, ad altissimo tasso ferrarista. La differenza grande fra le due Maranello sarà solo una, benché molto significativa: in Italia si lavorerà come matti per vincere e produrre bolidi; qui per giocare e divertire i turisti. “Mio papà avrebbe gradito una Disneyland del Cavallino con hotel e strutture ludiche? Penso proprio di sì. A lui non piaceva solo una cosa: che il suo nome venisse sfruttato malamente. Amava invece le iniziative di alta qualità, e questa è una di quelle, tanto più se capaci di dare un ulteriore impulso alla passione per la Ferrari in Paesi lontani da noi”. E il Gp di Abu Dhabi? “Tutto nasce lo scorso anno: Ecclestone voleva conoscere il principe, così lo accompagnai qui prima della gara in Bahrein... li presentai”.
Ferrari world e circuito. Se poi arriva persino Schumi chi oserà negare che Abu Dhabi non è in provincia di Modena?