Nel diario di un garibaldino la storia dell’unità d’Italia

Camillo Saccomanno partecipò a tutte le campagne dal 1859 alla presa di Roma

C’è da chiedersi quante incredibili storie siano ancora nascoste sul fondo di antichi cassetti dopo aver letto il libro «Volevamo fare l’Italia, Memorie segrete di un giovane patriota genovese dai moti mazziniani alla presa di Roma» (De Ferrari Editore, 312 pagine, 20 euro). In origine quello che alle 17 di venerdì 16 verrà presentato nella sala «Porta Soprana» della Fondazione Carige (in via Gabriele D’Annunzio 105), era soltanto un diario personale di Camillo Saccomanno, classe 1834, morto nel 1918 con il grado di colonnello in pensione dell’esercito italiano. Una vita molto avventurosa quella di Camillo Saccomanno, una vita iniziata tra i disagi in tenerissima età per la morte prematura della madre a causa di una epidemia di colera e continuata, man mano che il ragazzo cresceva, tra i pennelli da pittore e le carabine federali dei carabinieri genovesi. Una vita che lo ha portato a combattere al fianco di Garibaldi come volontario e successivamente, indossata la divisa dell’esercito piemontese, nelle campagne contro il brigantaggio in Campania e Basilicata e quindi alla presa di Roma del 1870. Comandante di diversi distretti militari, alla fine concluderà la sua esistenza a Genova come direttore della gloriosa Società nazionale di tiro a segno e, infine, ispettore provinciale.
Non era un uomo qualunque Camillo Saccomanno. E il primo ad accorgersene è stato l’ultimo dei suoi nipoti, Fabio Saccomanno, oggi brillante ottantenne, che quando ha letto i diari del nonno ha subito capito che quell’incredibile patrimonio di esperienze, scritte con la naturale vivacità di un uomo che racconta le sue avventure di vita ai figli, senza alcuna vena retorica o autocompiacimento, dovevano essere resi pubblici. C’è tutta la passione e la storia di un secolo difficile qual è stato l’Ottocento nelle pagine di Camillo Saccomanno. Avvenimenti che hanno segnato a fuoco la nascita dell’Italia unita e che adesso, grazie all’attenta esposizione letteraria di Attilio Bislenghi, che ne ha curato la pubblicazione, ognuno può leggere. Non si tratta, è bene specificarlo, di cronache addomesticate nate per compiacere qualcuno o qualcosa. Nulla di tutto questo. Già dalle prime pagine di questo libro, si capisce che Camillo Saccomanno scrive davvero per raccontare la sua vita ai figli, perché sapessero chi era e che cosa ha fatto il loro padre. E, visto che egli ha avuto la fortuna di vivere avventure che hanno fatto la storia di un Paese come il nostro, basti pensare alla Spedizione dei Mille, ha ritenuto di farne partecipi i suoi ragazzi. Non immaginava che un giorno le sue parole sarebbero finite sotto gli occhi di tutti, pur nel senso più benevolo del termine. Ma sarebbe stato davvero un peccato mortale nascondere la preziosità di quella storica testimonianza lasciandola giacere in un cassetto. In effetti già nel 1961 Leonida Balestreri, decano dei giornalisti genovesi degli anni 60-70 e presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Liguria, pubblicò parte di questi diari in «Genova e l’impresa dei Mille», ma fino ad oggi non vi era stata alcuna pubblicazione organica.
Di che cosa parla, dunque, Camillo Saccomanni nei suoi diari? L’uomo, è bene dirlo subito, era davvero un uomo d’altri tempi. Quando con questa definizione si intende un galantuomo dall’onesta integgerrima e dagli ideali cristallini e incorruttibili. Ideali che, quand’egli era giovane, si riassumevano nell’eterno ideale di fare l’Italia unita. Un Paese unico formato da genti dallo stesso retaggio culturale e dalla stessa origine linguistica che, pur nelle differenze delle rispettive realtà regionali, si riconoscevano quali appartenenti ad una comune cultura e ad una comune tradizione condivisa.
Aveva un animo artistico, Camillo. E questa sua sensibilità l’ha trasferita nelle pagine dei suoi diari esponendo passo passo come si era svolta la sua esistenza. E si comincia così dall’infanzia quando lui e la sorella gemella Francesca Camilla perdono la madre Teresa Campostano, appartenente ad una ricca famiglia di commercianti, appunto a causa di una brutta epidemia di colera. Il padre, Giovanni Battista, maestro d’ascia e in seguito ristoratore in via S. Agnese, si risposa e i due bambini vengono relegati al ruolo di cenerentoli dalla matrigna che, invece, cura i propri figli ignorando volutamente quelli di primo letto del marito. Sarà un periodo terribile che né il piccolo Camillo né la sorella Francesca Camilla dimenticheranno mai. Quest’ultima lo farà terminare sposandosi e abbandonando l’ormai ostile casa paterna. Camillo chiuderà il periodo quando, ancora adolescente, dovrà fuggire a Ginevra perché inseguito da un mandato d’arresto per aver partecipato ai primi moti mazziniani.
Di buona mano artistica, Camillo si rifugia a Ginevra dove si guadagnerà da vivere vendendo quadretti che egli stesso dipinge. E anche quello sarà un periodo duro per il ragazzo genovese. Ma alla fine, quando il pericolo di essere arrestato sarà ormai passato, tornerà a Genova dove entrerà a far parte dei Carabinieri genovesi, vera e propria milizia scelta formata da eccezionali tiratori, con i quali parteciperà alle campagne del 1860. Camillo, infatti, conoscerà Garibaldi, Bixio, Sirtori, Orsini e tutti gli altri grandi personaggi del Risorgimento italiano. Con loro condividerà le battaglie e i disagi seguiti all’occupazione del Sud, con tutti i risvolti che ne sono seguiti.
Alla fine della Spedizione dei Mille, Saccomanno e diversi altri ufficiali garibaldini passeranno nell’esercito regolare. Nel suo caso gli venne riconosciuto il grado di capitano e da allora iniziò quella nuova fase della sua vita che si conluderà nel 1918 quando morirà, circondato da parenti e amici, nella sua casa di via Archimede.