Nel Faust di Nekrosius Dio è ridotto a schiavo

L’allestimento in tournée è una svolta rispetto a quello pensato da Giorgio Strehler

A differenza del mirabile abbozzo strehleriano dove, per espressa volontà del grande regista, il tragico dottore delle saghe popolari germaniche assumeva il volto del demiurgo di via Rovello immerso in un'appassionata identificazione con l'archetipo di Goethe, il Faust di Eimuntas Nekrosius inverte clamorosamente la rotta. Deciso a sormontare indenne la splendida intercapedine del verso, l'artista di Vilnius precipita lo spazio del dissidio tra l'uomo e i suoi demoni sul piancito di un palco che somiglia alla tolda di una nave. Tramutando la scena, grazie alla luce impietosa che piove dall'alto, nella cresta frastagliata di una Terra. Che non ha più a che fare col nostro abituale universo di segni. Non esiste infatti paesaggio urbano né tantomeno geografico per Nekrosius che opera, sotto i nostri occhi, al di là del mondo conosciuto. Così lo studio del Doctor Magnificus non è più l'osservatorio astronomico disegnato, per l'Urfaust di Castri, da Balò in quel lontano excursus metateatrale.
E nemmeno ha qualcosa a che fare coi lignei supporti da teatro di marionette immaginati da Francia per l'edizione di Scaparro. Rigettata con rabbia iconoclasta la tentazione di ambientare il sogno di Faust in una stanza aperta sull'infinito di una notte stellata, Nekrosius respinge con furore persino la romantica seduzione di precipitare in un antro pauroso l'angoscia metafisica del veggente. La scena che propone diviene invece un rettangolo al cui centro si rizza una macina. Vi è incatenato Dio Padre che, al pari di Sisifo, è condannato ad azionare per sempre l'infernale meccanismo della nascita e della morte dell'uomo.
Ma se Dio è ridotto a schiavo dello stesso implacabile fato che non potrà mai interrompere, non appare diverso neppure il destino di chi gli si contrappone. Poiché l'Angelo Caduto del mito delle origini, miracolosamente risorto dall'abisso in cui è stato precipitato, ora lo osserva con sardonica sufficienza dando libero corso a un duello ravvicinato che, fin dall'origine, si propone come una scommessa virtuale che non avrà vincitori né vinti. A cominciare dall'inutile sparatoria ingaggiata dal nuovo Mefistofele contro bersagli immaginari volutamente lasciati cadere nel vuoto come indecifrabili segni dallo straordinario imbonitore che firma la regia di questo non stop di quattro ore filate. Dove persino Faust appare allo stato di abbozzo o, nella migliore ipotesi, come un addendo del magmatico affresco che lo contiene. Dominato da cima a fondo da inconsulti brandelli dell' inconscio. Come accadeva, sia pure in diverso ambito espressivo, al più suggestivo dei Faust degli ultimi anni. Ovvero alla riscrittura di Gertrude Stein Doctor Faustus lights the light magnificamente allestito da Bob Wilson.

FAUST - di W. Goethe Regia di Eimuntas Nekrosius. Coproduzione Emilia Romagna Teatro Fondazione. In tournée tra Bologna e Parigi