Nel «feudo» di Genova saracinesca abbassata per la sezione ex Pci

Se ci fosse un’iconografia-tipo per rappresentare - anche visivamente - quello che è stato il mondo del comunismo italiano doc, l’iconografia in questione sarebbe il cuore di Sestri Ponente, quartiere operaio per eccellenza di Genova. Ai lati di piazza Baracca i megafoni per le manifestazioni sono addirittura fissi; al centro c’è il monumento alla resistenza; ai lati la sede dell’Anpi, con tanto di appelli e preannunci di manifestazioni contro l’equiparazione dei combattenti della Rsi ai partigiani e i manifestini che informano sulla pentolaccia di Carnevale organizzata dall’Arci. E, ovviamente, al posto d’onore, la bacheca dell’Unità, con gli articoli di Concita a fianco dei manifesti che invitano al tesseramento al circolo locale del Pd.
Insomma, è tutto perfetto. Tranne un particolare. Il circolo locale del Pd - in via Vigna, a poche decine di metri dal Pantheon di quello che è stato il Pci - è desolatamente chiuso. Nonostante, per l’appunto, manifesti, sito internet e persino i passanti di Sestri assicurino che è aperto tutti i giorni, dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19. Ieri, invece, almeno sino alle sei del pomeriggio l’ufficio era chiuso, il telefono squillava a vuoto e parevano tristi persino l’insegna luminosa sbiadita e la bandiera che un vento dispettoso sembrava listare a lutto senza che lo fosse. «Sarà perché ieri sera hanno fatto tardi per discutere» spiegano i vicini. Domanda obbligata: «Discutevano se fosse meglio Bersani, Franceschini o la terza via?». Risposta disarmata e disarmante: «No, mi sembra che discutessero del tracciato della nuova autostrada, la Gronda di Ponente».
E così per avere il verbo del responsabile del circolo Michele La Torre, occorre affidarsi alle dichiarazioni all’Ansa: «Un capitano non abbandona mai la nave in difficoltà, Veltroni doveva rimanere almeno fino alle Europee. Il nostro problema vero non sono i nomi. Sono le divisioni tra guelfi e ghibellini, ad esempio sui temi etici».
Proprio qui sta il punto. Almeno a Sestri Ponente, che della via italiana al comunismo è la capitale. «Troppi democristiani e troppe democristianerie». E finché lo dicono sulle panchine al centro di piazza Baracca, ci può stare. La vulgata vuole infatti che lì la maggioranza sia nettamente di Rifondazione, quasi un’oasi extraterritoriale dove la Sinistra Arcobaleno ha ancora rappresentanza. Ma quando la stessa tesi arriva dal circolo Arci Tinacci, proprio sotto il circolo chiuso, e dalla bacheca dell’Unità, allora forse è più preoccupante.
Franco Bacciarelli, che dei 330 soci del circolo è il presidente, spiega serafico che «mi sono fermato al Pds», non perché sia un massimalista, «se è per quello Bertinotti e Diliberto non li capisco nemmeno loro». Il problema è che lui, come tanti dei soci, anche iscritti al Pd, è un orfano di Prodi, ma soprattutto di Berlinguer: «Lui teorizzava un compromesso storico fra cattolici e socialisti - perché il comunismo vero in Italia non è mai arrivato - mica questa roba qui. Magari prima eravamo troppo poco riformisti, ma ora lo siamo troppo, ci sarà una via di mezzo...».
E l’obiettivo sono sempre «quelli lì, i democristiani e le loro robe». In via Sestri, l’anima pulsante dello shopping, Franco Bacigalupo e Ermanno Rubbi ci ridono sopra con la risata amarognola di chi non ci crede più. Passa di mano in mano un’intervista di Claudio Gustavino, l’unico senatore ligure doc del Pd, moderato cattolico, a La Repubblica-Il Lavoro, che è un pugno nel ventre molle di comunisti che lo sono rimasti nello spirito, nel senso anche buono che la parola sa avere (e ce ne vuole a trovare un senso buono nella parola). Titolo: «Addio alla sinistra o è la fine». Sommario: «Il senatore cattolico del Pd: se ci ritrovassimo con i comunisti, mi sentirei di troppo».
Gustavino parla di sinistra radicale. Ma, a Sestri, nella pancia del partito, la leggono come se parlasse di loro. Due mondi diversi, che hanno poco o nulla da dirsi. Accomunati solo dalla tessera del Pd.