Nel fortino di viale Bligny 42 lo spaccio è porta a porta

La polizia: «Gli arresti non si contano più». Clandestini che smerciano droga e armi occupano 275 appartamenti

«Cinquanta a casa mia». Casa mia è viale Bligny 42, la casbah in pieno centro, il Bronx nel cuore della città, la via Anelli di Milano pronta a esplodere come e più di quella di Padova.
R. («Scrivi quello che vuoi, non il mio nome»), fa la vita sui tacchi a spillo a pochi passi dalla Bocconi. È uno degli ultimi travestiti italiani che resiste all’invasione dei sudamericani («Non ne possiamo più, hanno rovinato il mercato»). Posteggio in doppia fila davanti al portone con le doppie frecce accese. Appoggiato al muro un magrebino. In attesa di un affare o a far la sentinella. Più probabilmente tutte e due le cose. Con R. si entra tranquilli lì dove anche poliziotti e carabinieri alle due di notte ci penserebbero. «È il posto di Milano dove abbiamo fatto più arresti, non si riesce nemmeno a contarli», raccontava tempo fa il capo delle Volanti.
Sono passati gli anni e i capi, ma la casbah è sempre la stessa. Ricettacolo di miseria e delinquenza, un casermone diviso in due palazzi e due scale, 275 appartamenti distribuiti su quattro piani e abitati da clandestini dediti a ogni tipo di malaffare. Marocchini, algerini, tunisini accomunati ogni giorno dalla ricerca di un espediente per sopravvivere. Droga, soprattutto, la vera signora che stabilisce le regole di convivenza e i rapporti tra gli irascibili condomini. Un piano di scale e sul ballatoio due che trattano un acquisto. «Visto? Qui - sorride R. - la farmacia è sempre aperta».
Ancora gradini, ancheggia con le calze a rete e attraverso una porta aperta si vede il neon che pencola dal soffitto. Gli armadietti di smalto bianco e ruggine, sporco e disordine, ma la televisione come in ogni mini appartamento è accesa e collegata alla parabola. Si sale ancora, c’è un gran via vai, ma quando passa R. tutti si fanno da parte. Ti serve un protettore? «No. Facciamo da sole». Difficile crederle (o credergli). La porta si apre su una stanza lunga e stretta. Cucina a vista, il classico lampadario col paralume rosso, il letto a una piazza e mezza, tutto perfettamente pulito e in ordine. Come si vive qui? «Sei matto? Io ci sto solo la sera. Poi torno fuori Milano, in mezzo al verde e alla campagna». Gli altri? «Un inferno. Droga, coltelli, pistole. A Capodanno per festeggiare sparano in aria. Sono troppi, tutti insieme diventano un problema».
Ma non è sempre festa. Il 28 maggio scorso, una domenica, c’è scappato il morto. Tunisino. Mohaamed Bougoani porta da un connazionale la fidanzata, un’italiana conosciuta pochi giorni prima. Quello allunga le mani pensando di poterne approfittare. Si sbaglia. Una lite e M’Bark S. sferra tre coltellate alla ragazza e una, mortale, all’amico che cade a terra morto. Il giorno dopo si trova un italiano sessantenne cadavere in casa. Morto per cause naturali. Ma, nemmeno a dirlo, ha i suoi bei precedenti penali.
A tornarci la mattina dopo, viale Bligny 42 ha una faccia ancor più truce. Non c’è R., il portone è aperto ma è quasi impossibile entrare senza essere minacciati. Nemmeno a dire di telecamere o macchine fotografiche. Girato l’angolo, guarda il destino, c’è via san Mansueto, vescovo e confessore nel VII secolo. Lì case che costeranno 6, 7 anche 8mila euro al metro. Dietro la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi. Un’altra Milano, costretta a vivere pericolosamente sopra una polveriera.
giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it