Nel freddo di Russia la Juve congela soltanto Giovinco

Ranieri concede appena tredici minuti al fantasista. Il pareggio 0-0 contro lo Zenit basta per puntare al primo posto

C’è il Generale Inverno, c’è Mike Bongiorno, stoicamente imbacuccato tra i 20mila dello stadio Petrovskij, non c’è Sebastian Giovinco. Tra Zenit e Juventus latitano anche gol e spettacolo, ma questo è un altro paio di maniche.

Perchè partita dopo partita, esclusione dopo esclusione, quello del folletto bianconero sta diventando un vero e proprio caso. E fa niente se il suo procuratore Claudio Pasqualin si affretti a smentire le voci di una possibile partenza, rotta West Ham, già a gennaio: «È vero che Zola apprezza molto le caratteristiche di Sebastian, ma abbiamo rinnovato il suo contratto con la Juventus, nonostante il suo utilizzo, fino a questo momento, sia inferiore a quanto ci aspettavamo».

La difesa dirà che la partita di ieri, su un campo pesante e con un clima al limite dell’ipotermia, poco si addiceva alla «formica atomica», tutto tecnica e velocità; Ranieri aggiungerà che «tutti vorrebbero giocare di più, però in questo momento la squadra è quadrata così». L’accusa può però benissimo sostenere che Nedved - primo tempo anonimo, fatto di passaggi elementari e poche accelerazioni, una ripresa condita da una sola, alta, conclusione a rete - dopo la prestazione incolore contro l’Inter avrebbe bisogno di un po’ di riposo; può continuare a sostenere che schierare Camoranesi dal primo minuto al rientro dall’infortunio con un tempo così infame è pur sempre un rischio; può continuare a sostenere che a Del Piero, dopo un filotto impressionante di reti e partite, spetterebbe un poco di meritato riposo; può continuare a sostenere che, se Giovinco non trova spazio nemmeno in una partita ininfluente ai fini del passaggio del turno, quando Ranieri si ricorderà finalmente di lui? Perché hai voglia a dire «è sempre nei miei pensieri», se poi il tecnico gli concede 13 miseri minuti. E, soprattutto, hai voglia a dire «lavoro per farmi trovare pronto», se poi il tecnico ti concede 13 miseri minuti, quando tutto sembra invece progettato ad arte per te.

In attesa della «formica», allora, la Juventus può abbondantemente consolarsi con il punticino russo, assicurazione quasi certa per la vittoria del girone (adesso basterà un pareggio in casa con il Bate Borisov tra due settimane), arrivato dopo un pre-partita ad alta tensione, surriscaldato dall’esplosione in mattinata di una bomba a una manciata di km di distanza dall’albergo che ospitava giocatori e dirigenti della Juventus. Può sorridere per la prestazione del giovane Marchisio, perfetto nell’oscuro lavoro di cucito tra difesa e attacco bianconero, superbo a metà della ripresa nell’anticipare il portoghese Danny, lanciato verso la porta bianconera nell’unica fiammata di uno spento Arshavin.

Fino a quel momento, tanta noia e tanti sbadigli, intervallati dalla tiritera di passaggi dello Zenit (al 90’, 67% di possesso palla dei russi) e dai due legni juventini colpiti da Mellberg e da Iaquinta - spumeggiante nei primi 30 minuti, vino annacquato nel resto della partita -, bilanciati solamente a metà dal palo preso dal russo Pogrebnyak. Ma probabilmente, nel gelo di San Pietroburgo, era già troppo aspettarsi persino questo.