NEL FUTURO CON ALLEGRIA

Ieri, a cena, un’amica ricordava suo padre, scomparso da poco. Era un vecchio ex missino che aveva fatto in tempo a vedere Fini presidente della Camera, dicendo alla figlia: «Guarda dove siamo arrivati, non con la forza, ma con la forza di cambiare». Non l’ho mai conosciuto, però mi sembra che abbia spiegato in una frase quello che succederà domani, con la fusione di Alleanza nazionale nel Popolo della Libertà.
Certo, nessuno farà cambiare idea a chi è convinto a priori che - nel passaggio dall’Msi a An al Pdl - ci siano soltanto opportunismo, calcolo, interessi meschini. È vero, nel grande cambiamento ci saranno anche gli opportunisti, i calcolatori, i meschini che mascherano la libidine di potere (e il pelo sullo stomaco) con gli ideali politici. Tuttavia una trasformazione del genere non può avvenire senza il consenso della base, ovvero dei molti elettori del Movimento Sociale prima, di Alleanza nazionale dopo: un cambiamento oggi possibile perché è cambiata la destra rappresentata da quei due partiti ormai storici.
È stato un cammino lunghissimo - sessant’anni e passa sono un’eternità nella storia di un gruppo politico – per una trasformazione radicale, enorme. Basti pensare che il Movimento Sociale, alla sua nascita e per decenni, era composto per la maggior parte da uomini che rimpiangevano il regime fascista, Mussolini, la Repubblica di Salò, il saluto romano e la camicia nera. I missini cambiarono per motivi generazionali, prima di tutto, poi perché in molti si resero conto di quanto fosse assurdo – irreale – credere di poter guidare una società nuova con strumenti ormai antichi e già falliti. Non a caso la svolta fu decisa internamente, con il congresso di Fiuggi e la nascita di Alleanza nazionale. La maggiore concessione al passato fu il permanere di quella fiamma tricolore che, per molti, simboleggiava lo spirito di Mussolini risorgente da un’urna. Da allora, però, lo spirito nostalgico di quella fiamma si è allontanato da An con le numerose scissioni che hanno formato gruppi e gruppetti alla sua destra. La grande maggioranza dei dirigenti di An, e della base, non si è mai più voltata indietro, sia pure con contrasti naturali fra conservatori e innovatori. Merito di Gianfranco Fini, ovvio, ma bisogna ricordare la spinta dello scomparso Pinuccio Tatarella; e che lo «sdoganamento» voluto da Berlusconi fu determinante.
Ero anch’io a Fiuggi, per il gusto di assistere a un evento storico. Ebbene, il ricordo più forte che ho di quelle ore è la commozione, il turbamento, i pianti della maggior parte dei presenti. Razionalmente convinti della necessità di ciò che stava avvenendo, era diffuso lo stato d’animo di chi assiste a una morte, più che a una nuova nascita. Si lasciavano alle spalle le sicurezze, la tradizione, il noto, per avventurarsi verso lidi sconosciuti e incerti, dal futuro enigmatico. Credo che non accadrà niente di simile fra poche ore, quando il simbolo di An si oscurerà per lasciare spazio soltanto a quello del Popolo della Libertà. Prevarranno la gioia e l’allegria, e sarebbe troppo semplice spiegarlo con la minore affezione a Alleanza nazionale, per motivi temporali e ideali. È che il destino non appare più incerto, stavolta si sa dove si va.
Di nuovo: ci sarà chi penserà soltanto, stropicciandosi le mani, che sta andando ancora più vicino al Potere, ormai consolidato e probabilmente duraturo. Ci saranno anche gli onesti cinici, convinti che il Potere serve a realizzare le proprie idee, e che quindi i fini (minuscolo) giustificano i mezzi. Però, di nuovo, credo che la maggioranza degli aennini sia semplicemente convinta della bontà dell’ulteriore passaggio. Forse la migliore sintesi di questo atteggiamento l’ha data Maurizio Gasparri: «Un appuntamento con la storia. Nasce il grande partito degli italiani. Che si fa carico della cultura e dell’identità dell’Italia e del suo futuro. Essere stato fra i primi a crederci è motivo d’orgoglio».
Chiunque potrà obiettare che tutti i partiti italiani sono partiti degli italiani, e sarà un gioco facile. Epperò sarà difficile negare che, fondendosi con un partito nato come Forza Italia, Alleanza nazionale porterà nel Popolo della Libertà una maggiore dose di passione non più nazionalista, bensì sanamente nazionale. È un buon risultato, per un Paese minacciato, come tutti, dalla standardizzazione, dall’europeizzazione, dalla globalizzazione. Minacciato, anche, da localismi, campanilismi, regionalismi che niente hanno a che fare con un federalismo sensato. C’è anche da credere, e sperare, che a sua volta l’ex Forza Italia accresca, nell’ex Alleanza nazionale, la componente liberale e liberista, se non quella libertaria, troppo difficile da realizzare in un partito così grande.
Basta che il nuovo partito sia sempre presente al suo nome: Popolo della Libertà.
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