Nel governo c’è il caso Meloni: "Inaugurazione da disertare"

Il ministro della Gioventù chiede un gesto forte per protestare contro la dittatura cinese. Ma arriva l’altolà di Fini: "Non è mai servito a nulla". Il Cio deplora. Anche l’opposizione contraria

Roma - Le anime diverse del governo escono allo scoperto lungo la strada di Pechino. Il caso lo apre per primo il presidente dei Senatori, Maurizio Gasparri, che plaude al gesto della schermidrice tedesca Imke Duplizer di non partecipare alla cerimonia di apertura in segno di protesta contro la Cina. A fargli sponda trova il ministro della Gioventù e collega di partito, Giorgia Meloni. Che rilancia e invita gli «atleti a un gesto forte». Un modo, in sostanza, per chiedere alla Cina il rispetto di quei «valori fondanti» su cui si basa proprio la democrazia nel nostro Paese e di cui «hanno una responsabilità tutti coloro che rappresentano l’Italia». Quindi ben vengano le forme di dissenso, tra cui «anche quello estremo di disertare la cerimonia di inaugurazione dei giochi». Anche perché, ricorda ancora la Meloni, il presupposto dei giochi era proprio quello di chiedere con maggiore forza a Pechino di «fare passi avanti in materia di diritti umani e civili», un fatto sui cui invece sembra sia calato il sipario.

Apriti cielo. In un batter d’occhio arrivano le repliche. E se sono scontate le condanne dell’ex ministro Melandri e di Walter Veltroni che boccia le «diserzioni» ma plaude alle iniziative pro Tibet, meno attese e più dolorose piovono le prese di distanza dei colleghi di governo. A partire da Umberto Bossi, in totale disaccordo e definitivo nel bollare come «ipocrita» l’atteggiamento di chi andrebbe «fin là per poi manifestare dissenso». E visto che gli atleti ci sono andati, ricorda il Senatùr, «è evidente che vogliono sfilare».
Così, velato d’affetto, ma discretamente tranchant, arriva il punto del ministro della Difesa Ignazio La Russa, coinquilino della Meloni nella casa di An ma su posizioni diverse, e più mediate rispetto alla questione cinese. Vuole bene a «Giorgia», ricorda La Russa, ma non se la sente di «unirsi al coro di chi fa pressione agli atleti», che da anni preparano queste Olimpiadi e di cui comprende la «voglia di esserci». Bastone. A cui segue la carota. «Ma nemmeno condanno l’appello - spiega - e ne capisco le ragioni». Tanto che neanche lui andrà a Pechino «nonostante i tanti inviti» e lo farà per un motivo: «Se Pechino avesse invitato il Dalai Lama avrei partecipato. Non è stato così e io non andrò».

Poco, se paragonato alla censura del «padre» Fini, presidente della Camera: «L’esperienza insegna che ogni volta che si è dato corso ai boicottaggi dei Giochi, non si è mai raggiunto l’obiettivo». E ancora: «Gli atleti italiani non hanno bisogno di inviti, sanno bene qual è il dovere morale cui adempiono quando gareggiano». Un fuoco incrociato a cui la Meloni risponde con un parziale chiarimento: «Non c’è scontro nel governo. Penso che ognuno di noi in Italia o a Pechino può fare un qualunque gesto, da indossare qualcosa di simbolico a ricordare certi valori quando intervistati». E giudica positiva la decisione di non andare del premier Berlusconi. Che però in serata telefona al ministro degli Esteri Frattini invitandolo «da uomo di sport» a non strumentalizzare i giochi con politica. Anche perché, ricorda, «il tema dei diritti umani si affronta ogni giorno e non nelle tre settimane delle Olimpiadi».

La chiusura è per il leader dell’Udc, Casini: «Non si possono scaricare sulle spalle degli alleati le contraddizioni della politica. Abbiamo lì il ministro degli Esteri - conclude - e poi pretendiamo che gli atleti non sfilino? Parliamo di cose serie...». Da Pechino le reazioni più dure, con il Cio che «deplora» ogni invito agli atleti a non prendere parte all’apertura dei Giochi.