Nel magazzino di Joel Witkin il caos è la regola del mondo

C’è una cosa che colpisce nelle fotografie di Joel Peter Witkin. La totale assenza di semplicità. Ispirandosi ad Arcimboldo, Botticelli, Goya, Bosch o Picasso, crea scenografie che sono collage di molti elementi e che sembrano aver ospitato un delitto reale poco prima dello scatto. È attratto da tutto quanto è ripugnante e insensato. Come Diane Arbus, sceglie soggetti emarginati generati dalla crisi della società, ma la prerogativa di Witkin è di restituirceli come pugni nello stomaco. È la fiera del grottesco, del deforme, dell’intollerabile, delle mostruosità, «perché - afferma egli stesso - tutto ciò che il mondo considera bello è solo una parte della realtà, fatta di contraddizioni, di lotte interiori, nel continuo rincorrersi di sentimenti di vita e di morte».
Il suo spettacolo surreale e visionario è in scena al Palazzo Mediceo di Seravezza (Lucca) fino a Pasqua, con un’antologica che presenta 54 opere di grande formato e riassume l’intera carriera dell’artista americano, dagli esordi negli anni Ottanta fino a oggi. Ci sono teste mozzate che diventano vasi per fiori, teatrini dell’assurdo dove danzano scheletri ed esseri bisessuati. Ci sono grassi e gobbi, nani e prostitute, bestie e marionette, in un continuo ammiccamento mitologo in bilico tra odio e amore, bene e male, bellezza e deformità. Nelle sue pose, curate nei minimi dettagli, è il caos, che impera in ogni inquadratura. E il disordine si crea anche nella pancia di chi osserva queste istantanee, inventate per smantellare ogni preconcetto e imporre nuovi modi di tollerare le differenze e le umane alienazioni, dall'autore presentate come eventi più comuni di quanto si voglia immaginare. I suoi mostri attraggono, ipnotizzano, seducono. Finché il brutto diventa bello.
La Arbus anticipò una corrente che arruolò artisti come Arnold Swarzkogler, Robert Mapplethorpe, Andres Serrano, Ron Athey, i fratelli Chapman. La ricerca di Witkin rientra in questo contesto. A soli 6 anni vide rotolare fra i suoi piedi la testa di una bambina. Un evento che lo segnò. Nei suoi scatti macabri rappresenta la morte, vedendo e prevedendo la caducità e la vulnerabilità dell’essere umano. I suoi inquietanti soggetti hanno un’identità che le persone reali hanno perduto per strada. L’autore li fa uscire dall’omologazione attraverso il sesso o il terrore, finché smettono di essere mediocri. E osservarli crea turbamento, perché si è quasi costretti a credere che nessuno di noi sia immune da una trasformazione.