«Nel mio Dna il senso atavico del pudore e del ridicolo»

Giancarlo Porcu, del «Maestrale», spiega i motivi che hanno condotto al boom degli scrittori isolani

Sardo, narratore, contemporaneo: finché i tre attributi che lo definiscono restano separati, con Salvatore Niffoi, caso letterario del momento con il suo La leggenda di Redenta Tiria (Adelphi), ci si intende a meraviglia. Ma se si uniscono e diventano una categoria, le cose cambiano: «Mi dà molto fastidio essere classificato. Mi dà fastidio prima di tutto come persona. Tutti i vestiti mi stanno stretti. Anche perché sono di taglia forte».
La popolarità ha cambiato la sua vita?
«Vivo umilmente questo momento, perché ho altro nella vita oltre alla scrittura, che è la mia dolce malattia. Giro poco, faccio poche presentazioni, l’ultima, quasi unica, a Cagliari, per ringraziare i lettori e i librai, l’altro giorno. Un momento affettuoso. Ma poi basta. Torno a casa, a scuola, mi piace la gente normale. Sono un elogio vivente alla lentezza e alla normalità. I giornalisti sardi dicono che sono un po’ severo, orso. Non sono insicuro, ma non mi piace apparire. Sembro complicato? Ma Bernhard diceva che i complicati non sono così complicati come sembrano. E lo stesso vale per i semplici».
E proprio D’Orrico si è invaghito di lei. Questa è una condanna all’apparire...
«I segni viaggiano in modo misterioso, ma io sono un fatalista e ci credo. Se è accaduto, avrà un significato. Voi giornalisti siete come i poliziotti dei telefilm americani: tutto quello che dirò, verrà usato contro di me. Non voglio inflazionarmi e dopo questa non so se rilascerò altre interviste. Conservo nel Dna un atavico senso del pudore e del ridicolo e preferisco continuare a parlare poco e scrivere tanto. Sono un umile confessore dei “malevadaos”, come il mio antenato scrittore Cambosu. La normalità mi consente ritmi di vita sostenibili, la scrittura rimane un atto di sfida e di amore verso la mia terra, un ricordo per la mia famiglia».
Sente di appartenere alla famiglia dei nuovi narratori sardi?
«Ho tre grandi famiglie: la mia, la scuola e quella di Adelphi. Letterariamente preferisco essere un anarchico vagabondo che scrive quello che gli pare senza cliché. Tratto con tutti, ma sono una voce fuori dal coro. E soprattutto non mi sento uno scrittore di genere. Non sono un cane da trogolo».
E al di là dei nuovi scrittori, con chi sente affinità elettive?
«Io ho un carissimo amico e diciamo anche maestro, mai superato, che viaggia sui novanta e ormai non si muove più: Francesco Masala. Quelli dalle labbra bianche lo uso come libro di testo a scuola. È un grande, terribile, potentissimo scrittore, cui hanno fatto un disonore presentando quel film, Sos laribiancos, di Piero Livi, qualche anno fa, tratto dal suo libro. Molto sconosciuto, molto scomodo, mai strumentalizzato e quindi dimenticato. Io sono il suo alter ego e lui il mio. Anche se non voglio considerarmi l’erede di nessuno».
Ma oltre a Masala chi è il più grande scrittore isolano contemporaneo?
«. Da lui sì che ho imparato molto, mi creda».