Nel mio quartiere in mezzo al fango c’è la forza dei giovani

Alluvione. La città si piega. Piange i suoi morti. Protesta e condanna. Ma combatte, crede e spera. Passata la tensione, il dolore e l'immensa preoccupazione, di chi ha vissuto questa immane tragedia a pochi passi, può oggi permettersi di raccontarla, ringraziando il cielo di non aver perso nulla. E certo, questo non è poco. Accorgersi della violenza dell'acqua che entra fin quasi in casa, e restare impotenti, abbracciati al proprio bambino, che nulla percepisce, se non l'ansia materna, genera incontrollabili paure. Ma la paura si supera. Il dolore di chi ha perso figlie e mogli, quello no. Fermarsi a pochi giorni dalla «guerra» scoppiata nel mio quartiere, quello di Marassi, a riflettere sulle cause, è lecito. Attribuire responsabilità pure. Nessuna demagogia spicciola. Nessun discorso populista. Ma chi ha sbagliato paghi. E in tempi brevi. Scaricare pesi e oneri è un giochino troppo facile e fin troppo conosciuto. Non convince più. Ma questo è un altro discorso. Perché è tra il fango, che ho visto riemergere la forza di una città, piegata ma non spezzata. E le pale ne sono l'emblema. Pale sollevate da una forza lavoro chiamata: giovani. Giovani, sorridenti, entusiasti, volenterosi che in «branco» hanno dato l'immagine migliore di una generazione consapevole. Ho percepito voglia di chi crede nel cambiamento, in una eventuale rinascita, partendo appunto da una pala sporca di fango, e non da un estintore lanciato contro delle camionette dei carabinieri. Perché è così che una città, un paese cresce e cresce bene. Può non reggere il paragone, ma l'esempio dato da questi ragazzi va lodato e rispettato.
Accorgersi della loro presenza in via Fereggiano, in piazza Galileo Ferraris, in piazza Guicciardini, in corso De Stefanis, in via Tortosa e in corso Galliera e in corso Sardegna a ripulire negozi, strade, a liberare marciapiedi e cantine e a rendere accessibili portoni riempie il cuore. Incoraggia e lascia ben sperare. Lì, in quel quadrilatero, dove ogni sabato e domenica tra posticipi e anticipi, il quartiere si intasa e vive di colori rossoblucerchiati, questa volta a dominare è il colore marrone. Marrone fango, che arriva fin sotto il mento, si deposita tra i capelli, colora pantaloni, maglioni e tutto ciò che si indossa. E l'immagine tenera di una pala sulla spalla che si muove alta in braccio a questi ragazzi, che al calar del sole, con i loro stivali inzuppati di fango fino alle ginocchia smontano, sorridono e si danno appuntamento al giorno dopo, restituisce davvero dignità. Una dignità forte che trasforma l'emozione di chi li osserva, in lacrime.
E non chiamateli eroi, perché eroi non sono, ma semplicemente persone che hanno compreso il valore della vita, del dolore, del lavoro e della solidarietà. Lode a chi li ha educati e lode alla loro educazione. Perché è così che si «saluta» una tragedia come questa. Operando. Il resto son chiacchiere inutili. Una promessa a questo punto la faccio anche a me stessa: «insegnare a mio figlio il significato di quella pala sporca sulla spalla».