«Nel mio show metto la luna dentro il computer»

Laurie Anderson inaugurerà giovedì la stagione del Manzoni con «The end of the moon», spettacolo di musica e poesia: «Indago il lato oscuro dell’uomo»

Paolo Giordano

nostro inviato a Londra

Buongiorno signora Anderson, si fermi un istante e dica dov’è ora.
«Dove sono sempre stata: in un altro posto. Nella mia vita mi sono occupata di così tante cose proprio perché sono una nomade dello spirito».
Il 21 arriverà a Milano al Teatro Manzoni con uno spettacolo perfetto per lei: The end of the moon, La fine della luna.
«La fine della luna non può esistere perché la prossima notte lei ritornerà. La fine della luna è un’utopia che ci serve da fondale dello spettacolo».
Che sarà?
«Un poema con un po’ di musica dentro. Suonerò il mio violino e ci sarà tanta tecnologia miniaturizzata. Le tastiere, ad esempio, sono invisibili. Il mio è uno show da computer portatile, io amo vivere sperando di poter infilare tutto nella mia borsetta, potessi ci infilerei anche la biblioteca di Alessandria d’Egitto e viaggerei leggendo come peraltro ho sempre fatto».
Infatti con lei è una battaglia persa, e lo capisci subito. Qualsiasi cosa, la sa già, oppure ne ha sentito parlare, o magari ne ha fatto una mostra, un concerto o un reading e quindi niente, non si sorprende mai, tutt’al più ascolta e poi inizia a pensare. Esplora il lato nascosto delle cose. «Se non posso andare oltre i miei confini – dice - voglio scendere sempre più giù nel significato della vita». E allora, nel suo albergo vittoriano qui a Regents Park, parla, sorridendo, con la sua vocina dell’aldilà perché lei, Laurie Anderson, in fondo è irreale, metafisica, dolce. Nasconde con classe persino i suoi 59 anni ed è proprio qui che trovi il suo segreto. Il tempo. Lo ha sempre mescolato, preceduto o seguito a piacere, diventando poeta, cantante, inventore, scrittrice, persino cameriera di McDonald’s per confondere la realtà e costruirsene una nuova. Il suo primo spettacolo, a 22 anni nel 1969, era d’avanguardia: una sinfonia suonata da clacson d’auto. Poi, per dire, ha inventato il sintetizzatore corporeo, basta collegare gli elettrodi ai muscoli delle braccia e a ogni spasmo nasce un suono. Però il prossimo libro che si porterà in viaggio sarà sul rinascimento fiorentino. «Avrei voluto vivere – dice – nella Firenze del Botticelli».
In effetti il suo è un volto da madonna leonardesca.
«Ma quello che mi affascina sono i paesaggi di Leonardo, e il significato che hanno. Molti, quasi tutti, sono ancora da scoprire».
Ultimamente sono gli interni a far discutere, vedasi il Cenacolo.
«D’altronde siamo in un’epoca fagocitata dai mass media, è di moda il gossip “complottistico”, la voglia di ficcare il naso su tutto e di inventarsi anche cose che non esistono per compiacere la curiosità. Forse dovremmo cominciare a confrontarci gli uni con gli altri».
Ma è stato l’occidente a rivalutare l’individualismo.
«Ora è nel modo sbagliato. In Estremo Oriente mi sembra ci sia più lucidità, gli intellettuali continuano a sottolineare il bisogno di libertà e armonia spirituale. Sono d’accordo, il futuro è il confronto».
Lei si confronta con il suo compagno, Lou Reed?
«In realtà noi non abbiamo nulla da dirci perciò il nostro confronto è indecifrabile ma molto vitale».
Però lei ha intitolato il suo recital (andato in prima mondiale a Roma nel 2005) The end of the moon. La luna è il simbolo della solitudine.
«No, la luna è il nostro lato oscuro. Senza di lei saremmo più soli».
Perché la Nasa, l’ente spaziale americano, l’ha scelta come testimonial?
«Forse perché sono un’artista multimediale. Sono andata a Houston e a Pasadena, ho incontrato ingegneri e scienziati che altrimenti non avrei mai conosciuto. E ho sentito storie strane e pazzesche».
Come quella che il famoso sbarco di Armstrong sarebbe fasullo?
«Può darsi. Ma anche quando ho visto la sonda atterrare su Marte mi è venuto in mente che quella scena avrebbe potuto essere stata girata a Pasadena. Però quel giorno è nato un altro mio progetto, chiamato Greening of Mars: portare acqua e vita su Marte».
Allora la sua non è ricerca: è fuga dalla realtà.
«Forse sì. Se avessi vent’anni, sarei molto arrabbiata di vivere in questo mondo e lo vorrei cambiare. Ma ne ho quasi sessanta e quindi posso solo sperare di trovarne uno migliore. O, semplicemente, sognare che possa esistere».