"Nel mio vigneto sono barone ma l'aristocrazia non ha senso"

Francesco Ricasoli gestisce un impero del vino: "Quando ci fu la crisi cacciai il direttore e ripresi il vecchio fattore: lui amava l'azienda"

La casata dei Ricasoli, ricca, nobile e potente sin dall'epoca di Carlo Magno, per secoli ha schierato eserciti a difesa di Firenze. «Guardi che qui siamo storicamente in territorio fiorentino, non in quello senese», ama specificare sorridendo - al secondo minuto della nostra conversazione - Francesco Ricasoli, 32esimo Barone di Brolio. Siamo nel comune di Gaiole, cuore del Chianti Classico, laddove siede il castello di Brolio, dal 1141 proprietà della famiglia. Qui dimorò, operò ed ora riposa Bettino Ricasoli, il «Barone di ferro», colui che ricoprì la carica di presidente del Consiglio nell'Italia unita del dopo Cavour. Figura chiave della Destra storica, e imprenditore vitivinicolo di grande lungimiranza, fu lui a creare la formula del vino Chianti.

L'azienda Barone Ricasoli, fra le quattro più longeve al mondo, nonché la più antica d'Italia, dal 1993 è condotta da Francesco Ricasoli. Che ha così raccolto il testimone di un'azienda che - per la verità - durante gli anni Settanta e Ottanta attraversò una fase di profonda crisi, finendo nel gorgo di debiti e tribunali. Fu in quel momento che entrò in azione Francesco Ricasoli, all'epoca noto fotografo nel settore pubblicitario, attivo per marchi come Valentino, Piaggio, Barilla, Parker. Ora l'azienda è rifiorita, conta 1200 ettari tra cui 235 vitati, 170 dipendenti, 2,5 milioni di bottiglie e 17 milioni di fatturato. Lo incontriamo nel suo ufficio, che è sala dei bottoni e scrigno di passioni. Di fronte alla scrivania, un dipinto dove si veleggia con un mare in tempesta (lui adora il mare), quindi una teca con spade giapponesi, file di libri di storia. In un angolo, il cavalletto fotografico, per non dimenticare.

Come ha vissuto il passaggio dalla fotografia alla terra?

«Inizialmente è stato traumatico. E non tanto il lasciare la fotografia, guadagnavo bene, però stava finendo un certo mondo, la professione continuava a piacermi tuttavia non avevo la molla di un tempo, mancava la curiosità dei primi anni. Semmai fu doloroso entrare nel mondo del vino».

Tutto partì con un regalo di papà...

«Decise di cedermi azioni dell'azienda vinicola, intorno al 2%. La cosa mi fece infuriare. Gli dissi subito che se voleva farmi un regalo, poteva staccare un assegno. Ma ormai la cosa era fatta. In quei giorni stavo lavorando a un servizio fotografico in Umbria, dovetti lasciare tutto e venir qui per sottoscrivere quell'atto».

Bettino Ricasoli scriveva al professor Studiati dell'Università di Pisa: «A lei la scienza e un poco d'arte; a me più l'arte che la scienza». Un'equazione che vale anche per lei?

«Per quanto mi riguarda, la componente creativa supera quella scientifica. Mi piace creare, vedere, trovare nuove cose. Cerco di portare passione e buon senso. I ragionamenti semplici sono quelli che funzionano di più».

L'estro creativo che neppure il Collegio Navale Morosini a Venezia riuscì a reprimere. A proposito, cosa ricorda di quegli anni di ferrea disciplina?

«Era una scuola dura, però ero già cresciutello rispetto ai colleghi. Sopravvissi bene. Ricordo che partimmo in 33 per classe e ci diplomammo in 11. Ora il Morosini è diventato un istituto militare a tutti gli effetti. Ma con belle stanzette, confortevoli, rispetto a un tempo è un hotel a cinque stelle».

La prima infanzia la trascorse qui nel castello. Che ricordi ha?

«Infanzia e poi le estati. Mi ritrovai a vivere gli ultimi anni di un'epoca che non esiste più. C'era ancora la servitù, qui dimorava un piccolo esercito costituito da contadini, falegnami, fabbri, panettieri. La gestione era di tipo ottocentesco. Fino al secondo dopoguerra, la mia famiglia aveva migliaia e migliaia di ettari. Ormai era l'unica famiglia proprietaria terriera medievale».

Questo sua attitudine a sperimentare, innovare, penso all'introduzione di vitigni internazionali, l'utilizzo di materiale geneticamente selezionato, è un approccio che la avvicina al suo avo, il Barone di ferro. Non trova?

«Credo che chiunque si ritrovi al mio posto dovrebbe avere la sensibilità e responsabilità di essere aperto alla innovazione e alla ricerca. Qui a Brolio viene spontaneo esserlo, c'è tanta bio-diversità, ricchezza, versatilità, senza contare l'aurea molto speciale che avvolge questo luogo».

...dove è passata la storia d'Italia.

«Un'atmosfera avvertita anche dai nostri collaboratori».

A proposito, al castello come la chiamano? Con i titoli nobiliari o in modo meno formale?

«In tutti i modi possibili, barone, Francesco, Ricasoli. E pure dottore, anche se non lo sono».

Essere il 32esimo Barone di Brolio, avere un albero genealogico che conta cognomi illustri, dai Peruzzi ai Bonaccorsi, una zia regina del Belgio (Paola Ruffo di Calabria, sorella della mamma). Sulle spalle porta una bella responsabilità.

«Sono molto accomodante. Certo, mi sento responsabile di un bene culturale oltre che economico. Spero di poterlo tramandare a mia figlia Sofia, che oggi ha 23 anni».

Essere aristocratici oggi cosa vuol dire?

«Nulla».

Nessun obbligo? Ad esempio frequentare certi ambienti e certe persone...

«Mi sento libero di fare come sento. Certi incontri mi annoiano mortalmente. Ormai ritengo che tutto ciò non sia strettamente necessario, quindi lo evito».

Però è rimasto fedele a un certo stile. È vero che indossa solo abiti su misura?

«Vorrei, ma oramai è difficile trovare sarti. Ci sono dei semiconfezionati ma si perde troppo tempo. Quando posso mi faccio confezionare abiti, altrimenti li acquisto».

Quanto conta per lei la tecnologia?

«È molto importante perché, senza sostituire l'uomo, lo aiuta a fare le cose meglio, ad evitare errori. Poi guardi, la mia agenda è cartacea: mi piace scrivere gli appuntamenti qui, con il quadro generale dei mesi, così riesco a capire meglio la scaletta dei viaggi».

E quanto viaggia?

«L'anno scorso avrò preso un centinaio di aerei. Almeno tre viaggi sono in Asia, quattro in Nord America, ma per il resto sono viaggi brevi, quest'anno, sono riuscito a viaggiare un po' meno del solito».

Un tempo era uno sportivo seriale. Oggi?

«Diciamo che praticavo tanti sport d'acqua. Ora per ragioni di tempo ho ridotto al minimo. Però ci sono fine settimana in cui esco in barca con gli amici e facciamo battute di pesca».

Nasce fotografo, professione individualista. Ora è a capo di una squadra. Le riesce naturale lavorare in team?

«Data la mia prima professione, inizialmente ero molto più accentratore. Poi col tempo si capiscono tante cose. Ho imparato a delegare. Cerco poi di divertirmi nel mio lavoro».

Un lavoro che forse non si sarebbe mai immaginato e cominciato in un momento difficile.

«Non sapevo nulla di viticoltura, di finanza, di bilanci. Facendo qualche domanda e piccole indagini mi feci un'immagine tragica sia della Barone Ricasoli SpA, azienda commerciale di proprietà australiana, sia dell'azienda agricola, ancora in mano alla mia famiglia. C'erano cose un po' folli, da un punto di vista gestionale e commerciale. Nell'estate del 1990, dissi a papà: Va bene, vengo. Però voglio potere assoluto di fare e disfare e assunsi il ruolo di Ad nella azienda agricola».

E così fu. Prima mossa?

«Licenziai il direttore del momento e assunsi quello storico, il fattore di un tempo, una persona splendida che conosceva l'azienda nei dettagli, e sopratutto l'amava. Insieme iniziammo ad affrontare la situazione».

Che era disastrosa...

«Alla fine degli anni Sessanta per chiudere tutte le passività, la Casa Vinicola Barone Ricasoli era stata venduta al colosso canadese Seagram (è stata una delle più grandi compagnie di spirits al mondo ndr), il quale deteriorò il marchio. In una fase in cui la Seagram liquidava molti investimenti in Italia e Francia, vendettero anche la Ricasoli, che finì così in mano ad australiani nella metà degli anni Ottanta».

Ma voi non avevate più nulla?

«Papà aveva la titolarità di terra e vigneti. C'era un contratto tra papà e la parte commerciale, ma non funzionava niente. Proprio in un momento in cui il Chianti Classico rifioriva, il marchio Ricasoli era in caduta libera. E pensare che per diversi decenni, dagli anni Venti ai Cinquanta, era la numero uno in Italia».

Come convinse gli australiani a rivenderle l'azienda? Ci racconti come avvenne la riconquista

«Nel 1992 andai da loro e proposi di acquistare la Barone Ricasoli a un dollaro australiano. Mi chiusero le porte in faccia, anzi nel marzo 1993 vendettero a terzi, ma il primo aprile 1993 esercitai il diritto di prelazione che avevamo contrattualmente. Avevo quindi organizzato una squadra di professionisti per predisporre una due diligence. Venne fuori che c'erano 14 miliardi di lire di perdita, di qui la decisione di mettere l'azienda in liquidazione. Per tre mesi venne occupata dagli operai in segno di protesta».

E lei passò all'attacco...

«Presentai un progetto di concordato garantito e remissorio e costituì una società di gestione per riprendere l'attività produttiva e commerciale. Vuoi la fortuna, vuoi la bontà dell'operazione, vuoi una ripresa economica in atto nel nostro Paese, vuoi la concomitanza di tutto questo, in breve tutto partì in maniera egregia. Addirittura nel 1995 chiusi il concordato con un anno di anticipo».

E il resto della famiglia?

«Erano impauriti da questa operazione, per rincuorare tutti, suggerii di non offrire nulla in garanzia alle banche. Così facendo dovetti però prendere un socio, che poi liquidai nel 2013. A quel punto rischiavo in proprio, ma per questo assunsi le redini di tutto».

Ora è una delle realtà produttive più interessanti del Paese. Con spazi e strumenti all'avanguardia. Il marchio è tornato a brillare. Si fatturano 17 milioni.

«Prontamente reinvestiti. Nel 2002 la prima parte della cantina fu rinnovata mentre nel 2012 fu completata la parte rimanente delle cantine di vinificazione, mentre in tutti questi anni sono stati reimpiantati quasi tutti i nostri vigneti, circa 235 ettari, senza parlare del rinnovo delle attrezzature, restauro dei fabbricati ecc... Del resto Brolio è sempre stato un luogo privilegiato per innovazioni e sperimentazioni. Collaboriamo assiduamente con università e centri di ricerca. Abbiamo ultimato una carta tematica con tutti i dati composizione fisico-chimica, altitudine, esposizione, microclima di ogni singolo vigneto: per scegliere le varietà più adatte da piantare, i portainnesti più idonei, l'orientamento migliore dei filari e gli accorgimenti agronomici da adottare. Perché nel vino entrano in gioco arte, passione ma alla base c'è tanta scienza».

Il Chianti Classico sta vivendo un momento di rinascita, una ripresa dopo anni di politica miope per cui ancora si lotta per dimostrare il valore della denominazione.

«I valori immobiliari rimangono bassissimi. I nostri vigneti valgono meno di quelli del Prosecco, loro sono stati proprio bravi. Continuo a dire al Consorzio che bisogna fare di più per valorizzare le nostre proprietà. È necessario fare investimenti di qualità».

E il fatto che sia stata ufficializzata la candidatura Unesco del Chianti Classico?

«Io sono contrario. È un'azione stupida, l'ho sempre sostenuto. Costa tantissimo, milioni e milioni e non porterà benefici. Comporterà solo obblighi e vincoli, come se questi non fossero già abbastanza. La gente viene comunque in questo bellissimo territorio, e se vogliamo attirarne di più, allora puntiamo sulla qualità».