Nel mirino dei giudici l’operazione K2

Secondo gli inquirenti Fiorani si era obbligato a ricomprare le partecipazioni di minoranza cedute

da Milano

L’avevano denominata «operazione K2» i dirigenti della Popolare Italiana (Bpi) nelle e-mail che si scambiavano ai piani alti della banca lodigiana. Come se la scalata ad Antonveneta fosse la sfida della vita, paragonabile solo alla conquista della cima del Karakorum.
In realtà, nel castello costruito da Bpi per adeguare i ratios patrimoniali molto non torna. Almeno stando a quanto sostiene la procura di Milano. Gli inquirenti infatti ritengono che molte delle 37 cessioni di minorities di Popolare Italiana (Bpi), siano fittizie. Su asset complessivi da 1.153 milioni di euro, praticamente metà della capitalizzazione della stessa banca, le cessioni con pegno di riacquisto ammonterebbero a un miliardi di euro. Nel mirino finiscono quindi quelle girate a Deutsche Bank (con un 8 per cento di commissioni già pagato da Bpi) e che comprendono quote di Efibanca, Popolare Cremona, Bpl Ducato, Popolare Crema, Bpl Network, Cr Pisa, Cr Lucca, Cr Livorno, Cr Bolzano, Bpl Real Estate e Bpl Immobili Strumentali. E anche il comunicato del 1° luglio di Bpi diverrebbe prova per l’accusa di aggiotaggio.
Da quanto ricostruito, Lodi si sarebbe infatti impegnata con Deutsche Bank a riacquistare le minorities tramite una misteriosa finanziaria di diritto lussemburghese, Sonata sa, indicata da Deutsche Bank per la successiva vendita. In caso contrario, Bpi avrebbe dovuto pagare penali da centinaia di milioni di euro.
La tesi prospettata si è formata in Procura a Milano dopo i quattro interrogatori avvenuti giovedì pomeriggio in corso di Porta Vittoria. Dai pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotti sono stati sentiti come testi il funzionario di Bankitalia Nicola Stabile, un ispettore della banca centrale, e due dirigenti di Bpi: Pierluigi Lucchini e Andrea Rovelli, entrambi della direzione «Finanza e mercati». Tutti hanno collaborato con gli inquirenti.
Così al vaglio della magistratura sono finiti cinque contratti di credit default swap, stipulati dal 18 maggio al 27 giugno scorso tra Popolare Italiana e la filiale di Londra di Deutsche Bank Londra. Cinque operazioni per le quali la banca di Gianpiero Fiorani garantiva delle obbligazioni che, a loro volta, Sonata Sa avrebbe assunto nei confronti di Deutsche Bank per l’ammontare di circa un miliardo di euro. Si tratta della stessa somma che Bpi avrebbe ricavato dalle cessioni di asset a Deutsche Bank e ad altre banche. A riprova di queste cessioni fittizie o schermate, l’accusa ha raccolto le deposizioni dei funzionari di Bankitalia. A Fusco e alla Perrotti hanno raccontato di aver scoperto, durante la recentissima ispezione a Lodi, l’esistenza di un deposito vincolato. Questo risulta intestato alla Popolare Italiana, è aperto presso Deutsche Londra e presenta un saldo attivo di 652 milioni di euro. Questo fondo vincolato sarebbe stato messo a garanzia dei contratti di credit default swap firmati tra Londra e Lodi. Documenti dei quali si parla sin nei particolari nelle e-mail che Deutsche Bank Londra inviava al management della Popolare Italiana, facendo spesso allusione a «K2» per far capire a quale tipo di operazione stavano facendo riferimento.