Nel mirino il governo, Fazio e quei «capitalisti misteriosi»

Direttamente non cita nessuno. Ma fa capire benissimo con chi ce l’ha

da Roma

Ma quali sono quelle istituzioni la cui autorevolezza «si è purtroppo ridotta in queste settimane»? Chi ha in mente Montezemolo quando parla di «attivismo di nuovi soggetti che richiamano la vecchia Gepi»? A chi pensa, quando evoca «l’emersione di nuovi soggetti e di capitali misteriosi» nel corso della «malintesa battaglia per l’italianità delle banche»? Chi resiste alla riforma delle professioni, «prima snaturata e poi accantonata»? Chi ha troppa paura della Cina, dimenticando che «la paura è cattiva consigliera»? E, per allargare il discorso, chi sono «i troppi scettici» sulla costruzione dell’Europa?
Le risposte a queste domande sono fin troppo semplici. L’autorevolezza che si è affievolita è quella della Banca d’Italia, nella sua malintesa battaglia contro le Opa estere su Bnl e Antonveneta. Montezemolo promuove la Consob e il suo presidente Lamberto Cardia, boccia Bankitalia e il governatore. L’assenza clamorosa di Antonio Fazio - forse messo sull’avviso dall’articolo dell’Espresso in cui si parlava di un direttivo confindustriale assai critico sull’operato del governatore - conferma che i rapporti bilaterali sono tesi. L’apertura di credito dell’anno scorso, quando Fazio parlò di una relazione di Montezemolo «bella, innovativa, che lascia bene sperare» è chiusa. Si attendono ripercussioni martedì, nelle Considerazioni finali all’assemblea di Bankitalia.
E per restare nella questione bancaria, «i nuovi soggetti» dotati di misteriosi capitali altri non possono essere che Ricucci, Coppola, Statuto. Non c’era il più noto dei tre, Stefano Ricucci, in platea. Ma non s’è visto neppure l’editore Francesco Caltagirone, così come mancavano Cesare Romiti, che secondo fonti d’agenzia non avrebbe ricevuto neppure l’invito. Come, poi, non individuare in Sviluppo Italia la «nuova Gepi», guidata dall’attivissimo Massimo Caputi?
Né possono esserci dubbi sul nome del «partito del dazio» anti-Cina: e infatti risultava vuota, in prima fila, la sedia riservata al ministro del Welfare (quello che, un tempo, era il ministro del Lavoro) Roberto Maroni. C’era invece l’«euroscettico per vulgata» Giulio Tremonti che casualmente si soffermava con Diego Della Valle, reduce dall’ennesima filippica anti-governatore. Non è il protagonista della battaglia sulle professioni, ma un assente polemico di rilievo dalle assise confindustriali è senza dubbio il presidente della Confcommercio Sergio Billè.
Molti hanno colto, nel lunghissimo prologo europeista della relazione di Montezemolo, la ricerca - o meglio la conferma - di un asse privilegiato fra il presidente della Confindustria e il capo dello Stato. «Non è il Patto di stabilità la causa della stagnazione economica. Se continuiamo a dire che è l’Europa la causa dei nostri mali, distruggiamo l’Europa e aggraviamo i nostri mali», ha scandito il presidente della Confindustria. Frasi ciampiane a denominazione di origine controllata. E chi, non da oggi, sostiene che l’Europa, anzichè spingere la crescita dell’economia, la frena? Anche in questo caso la risposta è elementare: . Che infatti non applaude.