Nel mirino della Procura banche, consulenti e società di comunicazione

MilanoDa un lato, notizie riservate soffiate tra manager che avrebbero dovuto rimanere su sponde opposte. Dall’altro, notizie false fatte circolare per alterare il valore del titolo in Borsa. È l’affaire Parmalat-Lactalis, secondo la ricostruzione della Procura di Milano e del Nucleo valutario della Guardia di finanza. Una scalata fuori dalle regole, in cui avrebbero giocato sporco banche italiane e francesi, advisor, società di comunicazione.
Le perquisizioni di ieri eseguite dalle fiamme gialle al Crédit Agricole, Intesa Sanpaolo, Sociéte Générale, ai fondi Skagen, MacKenzie e Zenit, e alle società di comunicazione Brunswick e Image Building, porteranno nuovo materiale investigativo al pubblico ministero Eugenio Fusco, titolare del fascicolo nel quale figurano come indagati per insider trading Fabio Cané (ai vertici dell’investment banking di Intesa), e per aggiotaggio sua moglie Patrizia Micucci (che guida il corporate e investment banking di Société Générale in Italia), Massimo Rossi (candidato nel cda di Parmalat nella lista presentata dai fondi esteri Mackenzie, Skagen e Zenit), e Carlo Salvatori (presidente di Lazard Italia, advisor degli stessi fondi). L’unico commento è arrivato da Intesa, che in una nota ha scritto di non ritenere «l’operato del dottor Fabio Canè lesivo degli interessi della banca».
Il meccanismo della presunta truffa è spiegato nel decreto di perquisizione firmato dal pm. Micucci, Salvatori e Rossi «diffondevano false notizie e ponevano in essere artifizi concretamente idonei ad alterare il corso del titolo Parmalat», con particolare riferimento alle comunicazioni relative all’accordo di coordinamento dei tre fondi esteri del 25 gennaio 2011, alle dichiarazioni di Carlo Salvatori dell’8 marzo 2011 (quando decise di accettare l’incarico di advisor dei fondi sottolineando «la volontà di vedere la Parmalat diventare più grande e quindi allargare il suo raggio di azione») e poi alla comunicazione del 22 marzo 2011, quando Lactalis annunciò l’acquisto del 15,3% di Parmalat.
Paolo Cané, invece, sarebbe stato «in possesso di informazioni privilegiate relativamente al prezzo che avrebbe offerto Intesa Sanpaolo per l’acquisto del 15,3% del capitale di Parmalat dai fondi», e «le comunicava, al di fuori del normale esercizio delle sue funzioni, a Patrizia Micucci, concorrente di Intesa». Quest’ultima avrebbe «coordinato l’operazione che ha permesso a Lactalis di comprare il 15,3% del capitale di Parmalat detenuto dai tre fondi esteri e alla stessa società di arrivare a detenere il 29% circa del capitale di Parmalat». E, secondo la Procura di Milano, fu questa soffiata a «influire in modo determinante» nella scalata del gigante francese sull’azienda di Collecchio. Un’operazione, ora, che rischia di finire sub-judice.