Nel mirino di Al Qaida c’è la maglietta di Calderoli

Il medico attacca «quel ministro che ha indossato le caricature criminali»

Luciano Gulli

Alla casa madre di Al Qaida, lassù sulle montagne fra Pakistan e Afghanistan, non è sfuggita l'alzata d'ingegno dell'ex ministro Calderoli. Le vignette sottopanni ostentate in televisione dall'esponente leghista hanno fatto saltare la mosca al naso anche al dottor Ayman al Zawahiri, braccio destro del latitante Osama Bin Laden e lui pure mica mal ricercato dagli americani che a migliaia, da anni, battono la zona tribale pakistana senza cavare un ragno dal buco.
La domanda retorica che il medico egiziano si pone nell'ultimo video messaggio inviato al popolo dei fedeli per il tramite di Al Jazeera gronda disprezzo nei confronti di Calderoli. Ma non ci sono minacce di morte o fatwe ai suoi danni; e già questa è una cosa. Dice al Zawahiri (all'interno di un più articolato discorso): «Abbiamo forse dimenticato il ministro italiano che ha indossato una camicia con quelle caricature criminali?».
Naturalmente no, è sottinteso. Ma essendo l'ex ministro italiano pesce troppo piccolo per interessare il pescatore d'anime islamico, eccolo subito finire tra i rifiuti, nel mare magno dei «crociati» che ce l'hanno su con il mondo musulmano. Per Calderoli, una citazione piccola piccola, en passant. «Queste offese contro la persona del Profeta - dice il fedele compagno di Bin Laden - fanno parte di una campagna crociata contro l'Islam e i musulmani. Ricordiamo il cosiddetto Salman Rushdie che per le sue parole contro il Profeta è stato ricevuto alla Casa Bianca. E che dire del divieto posto dai francesi al velo nelle scuole? E le violazioni degli americani al Corano?». Tutto si tiene, come dicono i francesi. Calderoli è solo l'ultimo tassello di un disegno più sinistro, è chiaro, farnetica la barba incendiaria di Al Qaida. Sacrosanto, dunque, il boicottaggio ai prodotti della Danimarca, della Norvegia, della Francia e della Germania. Ma meglio ancora, suggerisce al Zawahiri ai «buoni musulmani», sarebbe tornare a colpire l'Occidente con attacchi simili a quelli che hanno funestato New York, Washington, Madrid e Londra. Nessun dorma, insomma, è l'intimazione che cala dalle montagne del Panshir.
Lo «scoppio ritardato» del dottor al Zawahiri, in genere più puntuale rispetto allo svolgersi degli avvenimenti, e la qualità (che pare piuttosto scarsa) del filmato fatto arrivare ad Al Jazeera, sono elementi che l'intelligence americana sta naturalmente vagliando con una certa attenzione. Quel che se ne è dedotto, per ora, è che il medico egiziano, sfuggito il mese scorso a un raid aereo a stelle e strisce, abbia preso maggiori precauzioni, e si sia «ricollocato» in una posizione ancor più inaccessibile, dove però le comunicazioni, e la «logistica», risultano più difficoltose. Anche le celebrazioni del compleanno di Bin Laden, che il 10 marzo prossimo compirà 49 anni, potrebbero risentirne.
Ma è la vittoria di Hamas alle ultime legislative palestinesi - per tornare all'ultimo bollettino di Al Qaida diffuso da Al Jazeera - che interessa maggiormente il numero due dell'organizzazione terroristica fondata dal miliardario saudita. La predica rivolta agli integralisti palestinesi si riassume in tre parole: resistenza a oltranza; nessun compromesso col nemico sionista; rifiuto degli accordi proposti dagli americani. Alla dirigenza di Hamas, un monito: non dormite sugli allori. «Aver raggiunto il potere non è di per sé un traguardo». E un ordine: «Nessun palestinese ha il diritto di cedere anche solo un granello di terra. I laici dell'Autorità palestinese hanno venduto la Palestina in cambio di qualche briciola». Guai ad avallare gli accordi di Oslo del 1993 fra l'Anp e Israele. «La vostra unica alternativa, di conseguenza, è quella di proseguire la lotta armata fino alla completa liberazione della Palestina».
«Opinioni», le ha definite Mohammed Nazzal, esponente di spicco della delegazione di Hamas attualmente in visita a Mosca. Di fronte all'appello del numero due di Al Qaida, dice Nazzal, «restiamo neutrali». Ancor più categorico si è mostrato Khaled Meshaal, leader del movimento che ha sbaragliato al Fatah alle elezioni di gennaio. «Le specificità della questione palestinese - ha detto Meshaal, col tono di chi non accetta lezioni - necessitano che il movimento affronti la situazione attraverso la politica».