Nel mondo 27 missioni, molte a rischio

da Roma

«Non ci sarà un aumento delle truppe», dichiarava Romano Prodi, all’inizio dell’anno, parlando dell’Afghanistan. L’aumento in realtà c’è stato, e di una certa consistenza.
La poca chiarezza sulla missione era partita in realtà già dal programma dell’Unione, dove la parola Afghanistan non veniva mai citata. Si diceva chiaramente sì al rafforzamento dell’Onu, sì alla centralità del Mediterraneo, sì al rientro dall’Irak. Ma Kabul era un omissis. Nessun sì al rientro, ma neanche un no. Eppure era il tempo delle spillette della pace sulle giacche di molti parlamentari di sinistra, degli appelli alla exit strategy, andiamo via dall’Afghanistan.
Oggi, al giro di boa dei 18 mesi del governo Prodi, risulta che il contingente in Afghanistan è aumentato di 300 soldati rispetto al governo Berlusconi. Il 10 marzo del 2006 erano impegnati a Kabul e Herat, nella missione Isaf (International security assistance force) 1.860 militari. L’ultimo aggiornamento del dossier del ministero della Difesa sulla presenza di contingenti italiani all’estero, del 13 settembre del 2007, un anno e mezzo dopo, indica ora che i soldati nella missione Isaf della Nato sono 2.160. A questo numero vanno aggiunti altri 130 uomini delle missioni antiterrorismo Eupol-Afghanistan (25) e Active Endeavour (105), già in piedi nel marzo del 2006. In totale il contingente italiano in Afghanistan è stato registrato, nel mese di settembre, a quota 2.290 uomini.
Le ultime battaglie più decise della sinistra radicale per un ritiro delle truppe dalla missione afghana risalgono alla scorsa primavera. A gennaio, il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio annunciava: «Non voteremo il rifinanziamento senza exit strategy». E con lui molti in Rifondazione e Pdci. Ma era lo stesso Prodi a dichiarare, da Ankara, il 22 gennaio: «Non ci sarà un aumento di truppe». A maggio il ministro della Difesa Arturo Parisi annunciava però l’imminente invio in Afghanistan di 5 elicotteri Mangusta, di 8 veicoli corazzati Dardo, e di 145 militari.
Il rifinanziamento passò in Parlamento, per due volte, a marzo e e ad agosto 2007. Poi il silenzio dei pacifisti, ma intanto a settembre i militari italiani della missione Isaf erano diventati 2.160: trecento uomini in più rispetto al marzo 2006, come una missione di media importanza (in Bosnia, per esempio, l’Italia è presente con 378 uomini).
Il governo Prodi ha completato il ritiro delle truppe dall’Irak. Ma rispetto al governo Berlusconi, ha inviato in missioni internazionali soltanto 697 uomini in meno, nonostante il ritiro da Nassirya e Bagdad di 2.700 soldati da allora.
Secondo i dati della Difesa, sono ora impegnati all’estero 7.714 militari. La più imponente è l’Unifil, la Forza d’interposizione delle Nazioni Unite, in Libano, dove si trovano 2.450 soldati. Seguono l’Afghanistan e i Balcani, dove l’Italia è operativa nelle missioni Nato con 2.255 uomini. Complessivamente i nostri militari sono impegnati in 27 missioni nel mondo.
A livello economico, è comunque l’Afghanistan la missione più costosa per l’Italia. Nel primo semestre del 2007 sono stati stanziati 7 milioni e 100mila euro (mentre per il Libano e il Kosovo un milione di euro). Dai documenti della Difesa risulta un aumento delle truppe nella missione Isaf, già avvenuto, di 300 uomini, ma da dicembre dovranno essere inviati altri 250 soldati. Lo ha annunciato il 26 luglio il ministro Parisi in audizione alla commissione Difesa del Senato. L’aumento avverrà, si legge nel dossier della Difesa, «per un periodo di otto mesi in relazione all’assunzione di responsabilità del Regional Command Capital» della missione. Ma Parisi dovrà fare i conti con chi oggi, dopo la morte del maresciallo Daniele Paladini, torna a invocare la exit strategy.