Nel mondo globale torna di moda la cortina di ferro

Gli Usa stanno per costruirne uno col Messico, l’India lo ha già inaugurato

Nell’era della globalizzazione tra le frontiere passa di tutto. Idee, impulsi elettronici, messaggi telematici, minacce terroristiche, capitali economici, merci di ogni genere. Ma non uomini. È finita l’euforia che seduta a cavalcioni sul Muro di Berlino aveva aperto le porte alla libertà. Adesso la libertà fa paura.
L’ultimo diga la vogliono costruire gli Stati Uniti: 595 chilometri di barriera sul confine con il Messico, sorvegliata da telecamere, riflettori e 6mila agenti armati fino ai denti, con blocchi al transito dei veicoli per altre 500 miglia, tanto per essere sicuri che niente sfugga all’occhio vigile dello zio Sam. Camera e Senato hanno detto si. Lo scopo: arginare la marea di immigrati che monta incontrollabile come uno tsunami. Ci sono già undici milioni di clandestini nascosti negli Stati Uniti. Adesso basta. Bush fa sul serio: ha chiesto al Congresso l'approvazione di uno stanziamento straordinario di 1.948 milioni di dollari per coprire le spese necessarie per pagare i 6mila uomini della Guardia Nazionale che saranno schierati il mese venturo lungo la frontiera e che affiancheranno i 5mila agenti di frontiera. Niente sarà più come prima: dalla statua della Libertà al muro tra le due Americhe. Ma gli Stati Uniti non sono soli.
Dopo sei anni di duro lavoro è pronto anche il muro di ferro e acciaio che dovrà tenere lontani per sempre India e Bangladesh: una cortina di ferro lunga 4mila chilometri, 45mila soldati indiani spiegati. Manca solo il nastro da tagliare. Le ragioni sono le stesse degli americani: frenare gli immigrati, bloccare i terroristi, i trafficanti di droga, i mercanti d’armi. Uomini comunque, pericolosi in quanto tali. E difficili da tenere lontani, come la paura. Ma è lo stesso cielo con il filo spinato che divide Spagna e Marocco. Qui la frontiera tra il Maghreb e l'Europa è sigillata da una barriera metallica doppia, alta da 4 a 6 metri e lunga 9,7 chilometri intorno alla città di Ceuta e 8,2 chilometri intorno a quella di Melilla, dove si concentra la pressione di milioni di uomini in cammino dall’Africa sub-sahariana. Una testuggine che preme senza sosta. E che ha già aperto crepe su crepe nonostante l’anno scorso la mano pesante della polizia marocchina abbia insanguinato il muro con decine di vittime. Zapatero è già in crisi, la Spagna fa acqua da tutte le parti. Negli ultimi mesi l’immigrazione ha conosciuto un picco che non ha precedenti: 7.384 arrivi clandestini sull'arcipelago spagnolo nell'Atlantico solo dall'inizio del 2006, centinaia al giorno su carrette ripulite e riverniciate e quindi più difficili da individuare da aerei o altre imbarcazioni. Una tendenza che rischia di sbriciolare fra poche settimane il record assoluto di 9.929 sbarchi clandestini dell'intero 2002 e di fronte al quale la sorveglianza da aria, mare e spazio satellitare si sta dimostrando inefficace. Zapatero ha promesso ieri un nuovo piano anti immigrazione, chiede aiuto all’Europa, ma è lui ora a trovarsi con le spalle al muro.
C’è poi un altro serpente di cemento armato che si muove tra confine e confine, senza fermarsi mai, è la barriera di sicurezza intorno alla Cisgiordania e a Gerusalemme che sta crescendo di giorno in giorno, mattone su mattone, per soffocare le infiltrazioni di terroristi in Israele. Un primo muro era già stato costruito attorno a Gaza ai tempi della prima Intifada, la striscia di terra fu rinchiusa da una barriera elettrica chiusa a doppia mandata. Ma non bastò a tenere lontani i kamikaze. Non sono però solo gli israeliani ad avere paura. I palestinesi che abitano a Gerusalemme per esempio rischiano, per colpa del muro, di restare tagliati completamente fuori dal resto della Cisgiordania, con gravi conseguenze, per esempio, per l'accesso ai servizi sanitari. Senza contare i danni economici. Dietro il muro si nasconde la fame che sa essere peggio della paura.
Sono tanti a protestare contro tutti i muri del Terzo millennio non solo chi resta fuori ma anche chi resta dentro. Migliaia di dimostranti davanti al Campidoglio americano ieri l’altro, duemila pacifisti israeliani la settimana scorsa: si sono scontrati contro la loro polizia alla periferia di Gerusalemme, hanno tentato di superare lo schieramento delle forze dell'ordine e i reparti antisommossa li hanno rimessi al loro posto con i gas lacrimogeni. Così come protestano i Paesi sudamericani, improvvisamente soli e abbandonati: «I muri non risolvono il problema dell'immigrazione» hanno protestato i ministri degli Esteri di Messico, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Costa Rica. E il portavoce del presidente messicano Fox, Ruben Aguilar, spiega che le nuove misure previste dalla legge americana sono un «segnale di sfiducia» in contraddizione con la tendenza della politica internazionale «che crea ponti e non costruisce muri». Dice: «La costruzione di barriere non è la risposta per avere frontiere sicure e moderne. I muri non saranno mai il fondamento di un'amicizia tra due popoli». Tutto vero, tutto giusto. Ma un’idea di come scavalcare il muro non ce l’ha. E nemmeno di come proteggere la porta di casa da chi entra e da chi scappa. Undici milioni di clandestini non sono solo un numero ma uno stato d’animo. Anche per abbattere un muro ci vuole senso del limite.