Nel nome delle masse popolari mi hanno proibito la protesta pro Panda

Secondo le autorità comuniste la manifestazione silenziosa promossa da 10 giornalisti italiani in un parco della capitale costituisce «offesa ai sentimenti e sabotaggio dell’ordine sociale»

nostro inviato a Pechino

«La manifestazione per la libertà dei Panda offenderebbe gravemente i sentimenti del popolo cinese e costituirebbe un sabotaggio dell'ordine sociale». Non importa se scriverai che qui si fa come dice il Partito. Importa un altrettanto olimpico fico se ti sembra paradossale, liberticida, che chi comanda si riservi di decidere lui se una protesta è giusta o sbagliata. È la swinging China del 2008: una flute di champagne in una mano, il martello (e la falce) nell'altra, nascosta dietro la schiena.
La pratica reca il numero 08001. In calce, il timbro con la stella rossa regolamentare, come ai tempi della buonanima. È la sentenza con cui l'Ufficio per la Pubblica Sicurezza di Pechino nega al Giornale il permesso di organizzare una manifestazione di protesta per la liberazione dei Panda giganti dagli zoo della Cina. Si sarebbe dovuta tenere il 26, la protesta. Avevo già messo insieme una pattuglia di manifestanti. Pochi magari, ma determinati. Avevo comprato una bella pezza di cotone bianco (non più dei 4 metri regolamentari, com'era stato pattuito nell'istruttoria del 18 agosto scorso) su cui avremmo tracciato il motto «Free Panda». Insomma, niente da fare. E non è uno di quei casi in cui uno dice: sarà per la prossima volta…
La protesta, recita la sentenza, «avrebbe potuto gravemente nuocere all'ordine sociale». Gravemente. Dieci giornalisti italiani con uno striscione di quattro metri per uno, senza megafono, immobili per contratto in un punto qualsiasi del defilato parco di Zizhuyuan (avrebbero scelto le autorità il luogo, e io avevo lasciato intendere che anche dietro una siepe di bambù poteva andare); insomma: dieci cronisti occidentali, in una città di 15 milioni di abitanti, in un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone avrebbero potuto… Gravemente, addirittura.
Otto giorni di indagini, sette uomini del Dipartimento impegnati nell'affaire, due interpreti, quattro fotografi e due cameramen in divisa, per stabilire che il sottoscritto è, all'evidenza, un ignorante della più bell'acqua in materia di ursidi, genere cui appartengono i panda. Acquista dunque consistenza - e negarlo a questo punto sarebbe puerile - il sospetto che io sia un provocatore. Un agit prop che non ha, verosimilmente, alcuna competenza neppure nella più vasta tematica zoologica. Che la pretesa libertà dei Panda andava dunque intesa in senso metaforico. E che altra, pertanto, era la libertà cui si voleva alludere e inneggiare.
Strampalate, se non false (è scritto nelle verticali motivazioni della sentenza che mi riguarda) risultano pertanto le mie argomentazioni (avevo sostenuto che i Panda, tenuti in gabbia, diventano tristi e malinconici: di qui l'accentuarsi della tonalità di nero intorno ai loro occhi…). «Ci vedremo a San Siro, forse, un giorno, per tifare insieme Inter», dice con una virile stretta di mano il maresciallo Ye (in realtà sarebbe una specie di capitano, scopro. Ma transeamus anche su questo, dicono i suoi occhi…) prima di cominciare a leggere il dispositivo della sentenza. L'ufficio è sempre lo stesso. Diversi, ma ugualmente instancabili, i cine operatori che mi riprendono da ogni angolazione. Uguali le facce dei sottufficiali che affiancano Ye. Non c'è più Costanza, la giovane e sorridente poliziotta che ha studiato l'italiano all'università di Napoli. Al suo posto, una rigida ultrasessantenne che pare sopravvissuta ai tempi della Rivoluzione Culturale.
Posso prendere appunti, se voglio. Non posso registrare. Non mi daranno una fotocopia della motivazione. Li guardo. Mi guardano, mentre il grottesco dilaga nella stanza. Ionesco? La commedia dell'assurdo? Di più. Molto di più.
La voce di Ye, ferma e stentorea come quella di un pastore, di un giudice, del comandante di un plotone; la vocetta della vecchina che traduce; quelli che filmano; il brigadiere Ma che riempie altre pagine di verbali. «I grandi Panda che vivono negli zoo cinesi vengono accuratamente allevati e protetti…», legge serio serio il maresciallo. «…Rimettere in libertà gli animali allevati in cattività è un processo lungo e delicato, come viene riconosciuto da anni sul piano internazionale…Attualmente ci sono migliaia di giardini zoologici nel mondo…Tutelare e salvare… Proteggere e salvaguardare i Panda è un legittimo desiderio culturale delle larghe masse popolari…».
Ogni tanto mi distraggo. Mi viene da pensare che se non dalle sue stesse, intime contraddizioni (per usare un linguaggio caro al Grande Timoniere) il regime comunista cinese finirà per essere mandato a picco dalla sua mancanza di senso del ridicolo; da questa spaventosa assenza di autoironia. Dalla sua medievale, paralizzante, ottusa burocrazia. Ma i cinesi sono strani. Non si può dire.
«Chiudere gli zoo sarebbe una mancanza di rispetto delle masse popolari - recita ancora la voce nella stanza -. Se ne evince che il richiedente non possiede neppure le più elementari conoscenze sull'allevamento e la protezione dei Panda…Le argomentazioni addotte per la manifestazione di protesta sono una calunnia del lavoro di protezione del Panda nel nostro Paese. Esse non stanno in piedi. Il discorso del richiedente travisa la realtà e confonde la verità con la falsità…La manifestazione offenderebbe gravemente i sentimenti del popolo cinese…Sabotaggio dell'ordine sociale... Permesso negato».
Il brigadiere raduna le carte del fascicolo. Firmo la sentenza. Di mio pugno devo apporre la data. Non vola una mosca. Nessuno ride. Il maresciallo Ye e i suoi si alzano, invitandomi a fare altrettanto. È finita. Hanno facce di marmo. Impossibile capire che cosa pensano. «Siamo sempre amici. Sempre fan dell'Inter», dice Ye, accompagnandomi verso l'uscita. Mi viene voglia di scusarmi per il diluvio di tempo che gli ho fatto perdere. Glielo dico. Lui sorride, impenetrabile: «È il nostro lavoro». Qualcosa però mi dice che se non fosse stato tempo di Olimpiadi mi avrebbero appeso al pennone più alto della caserma da un pezzo.