Nel nome del padre

Nel 1991 ero un collaboratore abusivo dell’Avanti! e mi occupavo delle elezioni a Brescia. Mi dissero di marcar stretto Vincenzo Balzamo che era deputato locale e tesoriere del Psi, ma io trovai simpatico anche un altro deputato socialista di nome Sergio Moroni, e lo intervistai. L'articolo fu bloccato: «Moroni? Sei pazzo?». Era l'avversario di Balzamo. Chiaro. Balzamo viveva nel più lussuoso hotel di Brescia ed era circondato da un codazzo di compagne lampadate e reggiborse infami, Moroni invece era più un compagno di sezione, un rustico. Mi fu proibito nominarlo. Dopo l'intervista fantasma mi capitò di rincontrarlo con della gente che pareva addirittura socialista. Quell'immagine è sedimentata nella mia memoria: mi avvicinai, qualcuno accennò un saluto ma lui abbassò lo sguardo. Non lo rialzò più. Mi vidi coi loro occhi: ero solo una giovane recluta leccaculo, un aspirante portaborse, un modesto emblema della fine di quella politica cui avevano dedicato la vita. Sergio Moroni si sarebbe suicidato un anno dopo. La prima volta che vidi Chiara Moroni fu ai funerali del padre, nel settembre 1992. Ho sempre simpatizzato per lei, ma questa storia non ho mai avuto il coraggio di raccontargliela.

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