Nel nostro corpo si nascondono 22 parti inutili

Nino Materi

Inutili. Residui dell’epoca in cui eravamo dei primitivi, nel senso fisico della parola. Ventidue parti del nostro corpo che, qualche millennio fa, ci servivano per sopravvivere in un ambiente selvaggio: muscoli per aggrapparci agli alberi, peli per difenderci dal freddo, piedi prensili per afferrare gli oggetti. E che ora, nelle città ipermoderne in cui ci aggiriamo coperti da vestiti e alla guida dell’automobile, sono rimaste a ricordarci le nostre origini «da giungla».
La mappa del superfluo nel nostro organismo è stata tracciata dalla rivista Focus, e si estende - letteralmente - da capo a piedi. La più famosa è l’appendice: lo sai fin da piccolo, che serve davvero a poco, se non a infiammarsi nei momenti meno opportuni; una volta, invece, quando il nostro menù era a base soprattutto di vegetali, ci aiutava a digerire la cellulosa. Un posto d’onore fra le parti più «contestate» spetta anche al coccige: la coda l’abbiamo persa qualche milione di anni fa, ma in suo ricordo rimane questo gruppo di vertebre che, quando cadiamo, ci procura molto più dolore del necessario. Fastidiosi sono anche i denti del giudizio, quei quattro molari che, nella nostra bocca, non hanno spazio per crescere, tanto che solo il 5 per cento li ha sani: il restante 95 è costretto a farseli estirpare dal dentista di fiducia, visto che ormai nessuno si aggira per le foreste mangiando piante e radici. Addirittura, gli stessi capelli, secondo gli esperti, sarebbero un accessorio seduttivo sì, ma senza alcuna funzione vitale: a parte quella di mantenere la nostra testa al caldo. Così pure i peli, ormai, sono superati - non solo dalla moda ma, anche, dal fatto che siano gli abiti a proteggerci dal clima e da occhi indiscreti. Le nostre origini di «arrampicatori» sono evidenti invece nel palmare gracile, un muscolo che parte dal gomito e che serviva per appenderci ai rami degli alberi: ora una persona su cinque nemmeno ce l’ha. Esiste anche un suo corrispettivo nel piede, il plantare gracile, per agguantare oggetti; mentre il mignolino serviva per mantenersi in equilibrio sulle piante. Ora non più, ma chi sarebbe disposto a liberarsene?
D’altra parte, questi residui di epoche remote sono forse «sbagli di natura». Ma, come ci spiega il genetista Edoardo Boncinelli, «in realtà la questione andrebbe rovesciata: anziché stupirci se qualcosa, dal nostro punto di vista, non funziona, dovremmo piuttosto apprezzare quanto tutto si armonizzi alla perfezione, visto il modo casuale in cui procede l’evoluzione». La presenza di queste parti «inutili», secondo Boncinelli, si può ricondurre innanzitutto all’esistenza di «organi di transizione: non hanno più il ruolo di un tempo, né si sono completamente trasformati, come avverrà, probabilmente, fra qualche centinaio di milioni di anni». Ma questi organi superflui possono anche essere considerati come il risultato di quelle «vie senza sbocco» che caratterizzano l’evoluzione: «È normale che, durante il processo, vengano imboccate strade senza uscita: e questo perché non c’è un progetto organico alle spalle, tutto avviene per tentativi». Certo esiste qualche dettaglio di troppo. La cavità al lato del setto nasale, ad esempio, era un potentissimo recettore di odori, e serviva a captare la «disponibilità» da parte dell’altro sesso. Ma, anche in questo campo, ci siamo abituati ad andare in cerca di altri «segnali».