Nel nostro Paese nessuno perseguita i gay Anzi è tutto un «pride»

Gentile direttore, le scrivo da Ginevra. Sono figlio di emigrati calabresi ed ho visto tutte le puntate del programma di Saviano... Sono rimasto molto sconcertato dall’articolo di Paolo Granzotto sul programma. Sono proprio elementi come Granzotto che non lasciano voce a gente come Saviano, Nichi Vendola e tant’altri che esprimono soltanto i loro pensieri. Premetto, e non mi vergogno di dirlo, che sono omosessuale e che le espressioni dei casertani nei confronti della comunità gay non solo sono false ma anche vergognose. Se il programma fosse davvero un «gay pride» come affermato nell’articolo citato, non credo che avrebbe avuto uno tale indice d’ascolto e poi sarebbe stato più «colorato» e anche volgare. Lei può pensare che siccome abito e lavoro in Svizzera mi permetto di lanciare certe affermazioni. Però deve anche sapere che anche la Svizzera ha i suoi problemi e che qui il posto fisso non esiste nella fattispecie che molti impiegati occupano in Italia. In Svizzera, non è possibile scioperare: chi sciopera, viene licenziato! In Svizzera si può essere licenziati anche senza ragione valida... Però egregio direttore, c’è un diritto che in Svizzera esiste che in Italia non c’è. In questo paese, non interessa a nessuno di che religione, di che origine, e di orientamento sessuale si è. Io stesso ho lavorato per una ditta di sorveglianza dove c’erano tre gay negli uffici. Anche nel mio attuale lavoro, siamo in tre ad essere gay ma siamo trattati come tutti gli altri. Quindi vengo alla conclusione: se l’Italia non cambia è anche colpa di soggetti come Paolo Granzotto. Che si faccia una esame di coscienza, anche perché credo che non sappia neanche cos’è un gay pride. E con questo la saluto.
Ginevra

È un pezzo che manca dall’Italia, vero signor Putorti? Sappia allora che nel Belpaese i gay non sono costretti vivere nelle catacombe. Non sono perseguitati né discriminati. Da un pezzo a questa parte è tutto un susseguirsi di outing, è tutto un allegro dichiararsi omosessuali, ostentare fidanzati e conviventi, mostrarsi ai fotografi nella vita di coppia, colti nel tinello di casa o sull’altalena del giardino. La Svizzera sarà anche quel paradiso dei gay che lei descrive, ma non è che da noi sia l’inferno e, se è per questo, nemmeno il purgatorio. Il Vendola al quale io avrei tolto la voce (ma si rende conto di quel che dice?) corre per diventare candidato premier della sinistra, corre per governare il Paese e questo dichiarando a destra e a manca di essere omosessuale e di avere il moroso. Le dirò di più: in Italia si va via via affermando una corrente di pensiero molto sinceramente democratica che professa la supremazia morale e culturale, civile e politica dell’omosessualità sull’eterosessualità. Di tale scuola di pensiero la trasmissione che lei ha veduto, Vieni via con me, è una influente tribuna. Ed è da quella tribuna che con non mascherata burbanza Nichi Vendola ha potuto elencare, per ridicolizzarle, le dozzine di modi di dire gay e le tremende pene alle quali i gay medesimi sarebbero sottoposti se un tipaccio come Berlusconi ne avesse il potere. Sveglia dunque, signor Putorti. Perché nonostante le delizie elvetiche mi pare che lei sia rimasto ai tempi di Checco e Nina. Dalla sua lettera traspare infatti un anacronistico piagnucolismo, un querulo vittimismo che i gay nostrani hanno da tempo sostituito con la sfrontatezza, l’arroganza e il pride esibizionisticamente sbandierato sulla pubblica piazza (pensi all’effetto, su di lei, di un etero pride con tripudio di simbologia sciupafemmine). Se lo metta in testa: dare del gay a un gay e anche con la terminologia rubricata da Vendola non è più una offesa: è un complimento. Con questo la saluto anch’io. E non si permetta più di attribuirmi colpe che non ho.
Paolo Granzotto