Nel paese del grande accusato a ogni angolo una telecamera

Ad Azzano Decimo la gente è tutta dalla parte di Zornitta. Piene di microspie anche le cittadine dove vivono gli altri sospettati

nostro inviato ad Azzano Decimo (Pordenone)
La lunga giornata di Elvo Zornitta comincia verso le nove e mezzo del mattino, quando lascia la casetta a schiera gialla per una passeggiata con la moglie. Si allontanano mano nella mano per le stradine mute di Corva, la frazione di Azzano Decimo dove abitano, capitale mondiale delle villette a un piano. Nel giardino degli Zornitta in via Boito c'è la biancheria stesa, la canna per irrigare arrotolata, una bici da bimbo appoggiata al muro. Quella di fare due passi è una vecchia e sana abitudine, rafforzata dopo che l'ingegnere accusato di essere Unabomber scoprì di avere la casa imbottita di microspie. Le scovò una dopo l'altra, le tenne da parte e le mostrò ai fotografi quando il suo nome di indagato numero uno venne a galla. Per garantirsi un minimo di privacy, Zornitta e consorte presero a parlarsi all'aperto.
Ma non sapevano che gli inquirenti avevano riempito di cimici anche i dintorni. E visto che Corva non è una metropoli, in pratica tutto il paese è stato messo sotto controllo. Minitelecamere e microfoni amplificati sono stati nascosti su lampioni, pali della luce, semafori in aggiunta alle telecamere piazzate dal Comune: quelle però sono segnalate dai cartelli con l'avvertenza che «la zona è videosorvegliata». Occhi elettronici anche nel capanno costruito sul terreno dove gli Zornitta vorrebbero costruirsi una casa nuova. Furono messe di notte. E un vicino, allarmato dai rumori sospetti, sparò in aria un colpo di fucile. Ma erano investigatori, non ladri, quelli che si gettarono nell'erba terrorizzati.
La notizia del videocontrollo è trapelata solo pochi giorni fa. E oggi i compaesani di Zornitta hanno un motivo in più per sperare che l'ingegnere dalla erre moscia esca pulito e soprattutto al più presto dalle indagini. Sparirebbe anche il Grande fratello in esclusiva per le procure. E come gli abitanti di Corva, sono decine di migliaia i veneti e i friulani tenuti sott'occhio. Gli inquirenti infatti, che non perdono di vista nemmeno gli altri 15 indagati, hanno collocato le cimici nelle zone frequentate dai sospettati e in altre ritenute possibili bersagli di Unabomber.
Abito e cravatta scuri, camicia e calze bianche, Zornitta scambia due parole mentre la moglie se la prende con i giornalisti che le rovinano la vita. «Il toolmark elettronico (la tecnica di analisi che potrebbe incastrarlo, ndr)? Guardate su internet gli esiti dei processi in America, poi ne riparliamo. La prova del Dna? Quello è unico, l'ha fatto la natura, il resto è artificiale». L'ingegnere sale in auto per Trieste verso le 10 e mezzo, tranquillo e silenzioso, un giornale sotto braccio.
Anche il paese è tranquillo e silenzioso. Non si trova una persona che possa rimproverargli nulla. «Che cosa penso? Che Zornitta è un signore bravissimo», risponde una vicina. Al distributore di carburante proprio alle spalle della villetta a schiera i titolari scuotono la testa: «Cosa vuole che diciamo... Poveretto, altri due mesi che non lo lasceranno vivere in pace». Il centro del paese non è una piazza, ma un incrocio. La commessa della pasticceria artigianale ricorda di aver visto l'ingegnere una volta sola bere il caffè, il macellaio armato di coltellaccio mette alla porta i giornalisti («quello vero è più furbo di tutti questi qua messi assieme»), l'edicolante non vede l'ora che ritorni la tranquillità: «Certo, è mio cliente, compra soprattutto i giornali locali. Quando hanno perquisito casa sua sembrava un film da tanta gente che c'era. Ma da allora non ha cambiato abitudini. Sapeva di essere sotto controllo, lo sappiamo tutti, non è bello per niente».
Don Leo Collin, il parroco, è un prete-giornalista che collabora con il settimanale della diocesi Il Popolo. Conosce bene la famiglia Zornitta, frequentatori abituali della chiesa, la figlia di 10 anni è assidua al catechismo. «Zornitta e sua moglie - racconta - vennero da me prima che il loro nome finisse sui giornali a manifestarmi la sofferenza e l'angoscia, e più di recente la paura di non farcela, con tutti i soldi che ci vogliono per gli avvocati e i periti, fior di milioni. Lui è diventato più magro e nevrastenico con quella spada di Damocle che si ritrova. Ma la gente è tutta dalla sua parte. All'inizio c'era un po' di timore, non lo nascondo. Una sorta di pudore a manifestargli apertamente solidarietà, poi l'imbarazzo è sparito».