Ma nel paniere manca la rata dei mutui

La lista dei prodotti viene periodicamente aggiornata: non è possibile però tenere conto delle abitudini di spesa delle diverse categorie

da Roma

Allarme inflazione, titolano i giornali. Ma le idee, già poco chiare, si confondono ancor più quando, nello stesso giorno, l’Istat ci dice che: a) nel 2007 il pane è aumentato del 12,6%, la pasta dell’8,6%, il gasolio del 15,3% e la benzina del 11,6%; b) sempre nel 2007, l’inflazione media annua è risultata pari all’1,8% e quella tendenziale di dicembre (rispetto al dicembre 2006) è pari al 2,6%. Qualcosa non quadra.
Qual è, allora, l’inflazione vera? Quella che noi consumatori misuriamo tutti i giorni facendo la spesa al supermercato o il pieno alla macchina? Oppure quella «ufficiale» dell’Istituto nazionale di statistica? La risposta è: entrambe. Ognuno di noi ha un metro di rilevamento dei prezzi, che dipende dal nostro personale «paniere» di consumi: una persona anziana, che si limita all’acquisto giornaliero dei generi alimentari di prima necessità, rileva rincari insopportabili nei prezzi del pane e della pasta, del latte e delle uova (+7,7% e +4,7%), del pollame (+7,2%), della frutta (+4,8%) e della verdura. Un giovane appassionato di elettronica riscontra invece prezzi calanti del computer, del lettore mp3, del telefonino e delle tariffe per le comunicazioni. L’anziano sente di più l’inflazione rispetto al giovane. Conta, naturalmente, anche la frequenza degli acquisti: il pane si compra ogni giorno, il cellulare no.
All’Istat spetta il compito di «pesare» beni e servizi, facendo una media ponderata di tutti i rincari, e arrivando a un tasso di inflazione ufficiale. Nell’impossibilità di misurare le variazioni di prezzo di tutti i prodotti consumati dalle famiglie, si seleziona un campione di specifici beni e servizi: il «paniere». E qui casca l’asino. Fatalmente, il peso che gli statistici assegnano a ciascun prodotto all’interno del paniere è, ai nostri occhi, spesso ingiusto. L’Istat considera 12 capitoli di spesa, a loro volta suddivisi in 38 categorie di prodotto, 108 gruppi di prodotto, 206 voci di prodotto e 540 «posizioni rappresentative». Ad esempio, le zucchine: il loro capitolo di spesa è «prodotti alimentari e bevande analcoliche»; il gruppo di prodotto è «verdure e ortaggi» e così via a scendere. Periodicamente, l’Istat aggiorna la lista dei prodotti inseriti nel paniere, escludendo beni e servizi poco richiesti e inserendo nuove voci.
I limiti di questa procedura - molto criticata al momento dell’introduzione dell’euro - sono evidenti. Le proteste dei consumatori sono giunte fino al palazzone di via Balbo, sede romana dell’Istituto di statistica: nel 2007 è stato infatti deciso di aumentare il peso relativo di alcuni capitoli di spesa: alimentari, bevande analcoliche e tabacchi, abitazione, acqua, elettricità e combustibili, servizi sanitari e spese per la salute, trasporti, servizi ricettivi (alberghi, etc) e di ristorazione. Si tratta dei settori in cui la popolazione ha «sentito» di più l’inflazione. Al contrario, l’«effetto Ikea» ha provocato la decisione di ridurre il peso dei mobili nel paniere. L’inflazione «media annua» viene poi calcolata facendo appunto, la media dei 12 mesi.
C’è poi un elemento che, nel corso del 2007, si è fatto molto sentire nel bilancio delle famiglie: il rincaro della rata dei mutui. La Banca d’Italia ha rilevato che la famiglia media paga il 7,6% del proprio reddito per il mutuo casa, a causa del rialzo dei tassi. Questo, insieme con la dinamica dei prezzi delle abitazioni, fa sentire ai consumatori un’inflazione ben più alta di quella misurata dalle stime ufficiali. E spinge le associazioni degli utenti a chiedere un controllo dei prezzi che, in una economia di mercato, è di fatto impossibile.