Nel partito scoppia la bufera dopo il flop elettorale. Ferrero guida la rivolta contro i dirigenti bertinottiani. «Anche Giordano deve dimettersi»

da Roma

L’arcobaleno, un effetto ottico evanescente. La sinistra, un miraggio sull’orizzonte del tramonto. La fusione delle due immagini: una catastrofe elettorale, uno tsunami, una Walterloo, come amano definirla i più incattiviti con il Pd. Raccontandola con la sagace ironia del socialista Roberto Villetti, così sarà ricordata dai libri di storia del 2050: «Fu il capolavoro di Veltroni, un leader autenticamente anticomunista che, nella foga distruttrice del vecchio partito, purtroppo non seppe risparmiare nulla e nessuno. Fece il deserto a sinistra e lo chiamò pace... ».
Ma non c’è neppure più pace, nella Sinistra Arcobaleno seppellita nell’urna («una sconfitta più grave di quella subita dal Psiup nel ’72», ricorda Salvatore Buonadonna). Dopo l’addio di Bertinotti, che torna «semplice militante» (si fa per dire), molti topi ballano nonostante la nave sia affondata per tutti. Un’infuocata segreteria di ieri ha visto riemergere violento, dentro il Prc, lo scontro tra il segretario Giordano e l’ex ministro Ferrero. Gli anti-bertinottiani pretendono l’azzeramento del gruppo dirigente. A nulla è valso il «bagno d’umiltà» chiesto e professato da Giordano, che avrebbe voluto dimettersi già l’altro ieri. Bertinotti non ha consentito: «Non perdere la testa, bisogna essere responsabili in momenti come questi». Ma il nervosismo impera, e Alfonso Gianni descrive i facinorosi come «chi, in un palazzo in preda alle fiamme, si dispera perché non riesce a trovare le chiavi del proprio appartamento».
Forse è anche peggio, perché durante i terremoti o gli incendi è facile che la gente si butti giù dai balconi senza neppure guardare sotto. Ma l’odore del sangue, le ripicche personali, gli odi sepolti si manifestano proprio in questi frangenti. Tanto che persino il responsabilissimo capogruppo al Senato, Giovanni Russo Spena, ora sembra tornato sulle barricate come a Democrazia proletaria degli anni Settanta. Ramòn Mantovani non è da meno, quando sente aria di pugna: «Se Giordano non si dimette, lo dimetteremo noi». La nuova maggioranza antibertinottiana si misurerà già nel Comitato politico di fine settimana, e poi al congresso straordinario di luglio. Ferrero è ormai deciso a prendere in mano la maggioranza del partito e a fargli cambiare strada. Altro che scioglimento in una nuova sinistra. Altro che «viaggio» verso orizzonti tutti da scoprire, altro che soluzione dell’annosa «questione socialista» che attanaglia ciò che rimane degli ultimi eredi irriducibili del Pci e della falce e martello. Altro che «progetto irreversibile», come da ultima consegna di Bertinotti ribadita da Giordano e Migliore. Molte sezioni e federazioni sarebbero sotto choc, e alcune in subbuglio. Il maggiore alleato di Ferrero è Claudio Grassi, un deciso e pacato emiliano, forte del circa 40 per cento del partito all’ultimo congresso. A Bertinotti concede l’onore delle armi, ma non fa sconti: «Il progetto imposto da Fausto è fallito: accelerando si va a sbattere, come avevamo pronosticato. Togliere falce e martello dal simbolo, definire il comunismo una tendenza culturale... ». Tanti sono i capi d’accusa: dalla linea politica che ha stravolto il partito alla campagna elettorale blanda, succube dell’aggressività veltroniana. Qualcuno ora dovrebbe dimettersi, sostiene Grassi, che vuole «ripartire da Rifondazione». Niente voli pindarici con Vendola, ritorno secco al rosso antico.
Una strada che inevitabilmente porterà a incontrare i vecchi «amici» del Pdci, lestissimi a tirarsi indietro dalla Sinistra nel tempo di un arcobaleno, pochi istanti. E Diliberto ieri mattina è ricomparso a sorpresa su tutti i tg, attorniato da falci e martello di ogni dimensione per recitare il suo cavallo di battaglia: «Dobbiamo ricominciare da capo, ricominciare dai vecchi simboli». Si salvi chi può. E il leader dei verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, si presenterà dimissionario al prossimo congresso straordinario. Tanto per tornare al vecchio Sole, complice il beltempo e l’abbondanza di tempo. Libero.