Nel Pd è già guerra per il dopo Walter

È tornata l’antica storia, qualcuno dice a Veltroni: Walter, di’ qualcosa di sinistra, come Nanni Moretti a Massimo D’Alema nel film sull’Aprile rosso. Ma oggi a dire questa frase è Massimo D’Alema stesso a Walter, criticando lo slogan che Veltroni ha preso in prestito da Barack Obama: «we can», «si può fare». Si noti che Walter ha cambiato l’affermazione assertiva del senatore dell’Illinois in una preposizione cauta, attenuata dal dubitativo «se», dalla possibilità invece che dall’affermazione: e anche dal verbo «fare», che accentua ancora di più l’incertezza del risultato. Insomma, appare chiaro che Walter vuole impossessarsi del partito e per questo non vuole vincere le elezioni. Quella che sembra una campagna elettorale per la vittoria il 13 e 14 aprile alle elezioni politiche, è invece tesa a imprimere sul Pd l’immagine di Walter Veltroni.
Evidentemente è proprio la destra comunista ad averlo capito. E la più netta risposta è quella del ministro delle liberalizzazioni, Giovanni Bersani, che vede messo in gioco la sua opera: la connessione di simpatie industriali verso l’ala liberalizzatrice del Pd. È il suo capitale politico che è emarginato e anche quello del radicamento possibile del Pd nel nord. Veltroni fa una campagna indistinta, non fa nessuna scelta politica, si limita a proporsi come il volto nuovo nell’Italia. Per dopo, per dopo le elezioni. È allora la destra postcomunista a sentirsi negata nella sua opera propria: la connessione con il mondo delle imprese, che sono tanto legate al grande sistema economico delle cooperative rosse. Non si può liquidare un secolo di via Emilia come via al socialismo, senza perdere, non solo le proprie radici, ma il proprio capitale. Bersani esprime una preoccupazione, quella che Veltroni liquidi il potenziale di destra, quello che lui, Bersani, aveva acquisito.
E D’Alema che parla a Napoli, dove è andato a sostenere Bassolino, sente che nei toni deboli del candidato è perso il radicamento popolare nel sud, così importante per il successo elettorale. Dirsi di sinistra di fronte alle immondizie con il governatore Bassolino, non giova al prestigio personale di Massimo D’Alema. Ma egli è un leader storico del comunismo italiano in tutte le sue evoluzioni e, per dire così, «noblesse oblige». E D’Alema è un uomo nobile e di carattere, mantiene una linea e una identità: e se la vede scippata da Walter in questa grande canzone della vita in rosa, in cui il rosso è sentito come una vergogna da cui ci si deve liberare. Come si vede, l’unica cosa che conta a sinistra è l’opera di Massimo D’Alema che ha mantenuto la barra della continuità e ne paga il prezzo.
Silenziosi i teodem presenti nel Partito democratico, prendono seggi ma non hanno un linguaggio. Non possono avere quello cattolico perché hanno approvato i Dico della Bindi, non possono parlare il linguaggio di centro come Casini perché stanno a sinistra. Sono divenuti una massa amorfa e grigia di cui i postcomunisti hanno assunto il peso, sperando di riceverne in cambio respiro e identità. Invece i democristiani di sinistra sono solo un peso morto, Ciriaco De Mita va addirittura con l’Udc, Fioroni può solo parlare ai presidi delle scuole. Bersani e D’Alema hanno capito che il linguaggio di Veltroni liquida il poco radicamento che ha il Pd diessino nel nord e non fa il pieno della sinistra e nel sud.
Pensare che il Pd sia pronto a un governo di larghe intese dopo la sconfitta elettorale con Veltroni è un problema aperto. I diessini, che sono la vera realtà del Pd, avranno il problema di non fare di Veltroni il loro unico leader, tanto più che Veltroni ha scelto di legittimarsi con il linguaggio di Berlusconi; ed è lui che ha permesso a Casini di creare il Veltrusconi, che ora ci viene rimandato in Italia dalla pagine di Newsweek.
Toccherà a Berlusconi governare l’Italia dopo che la politica dell’unità tra postcomunisti e sinistra cattolica è fallita con Romano Prodi. Ora il problema è quello di definire l’identità del Pd. D’Alema e Bersani non vogliono lasciare a Veltroni il monopolio dell’opera. Il messaggio chiaro è questo: mio caro Veltroni, abbiamo capito l’antifona, abbiamo appreso che tu rimarrai segretario dopo le elezioni, che farai le primarie e ti presenterai come unico leader. Non ci stiamo. La storia del Pd è appena cominciata.
Veltroni non ha più licenza di andare oltre i limiti segnati, ma lui vuole andarvi per essere re incoronato proprio dalla sua sconfitta elettorale.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it