Nel poemetto in genovese l’estasi di Benedetto Pareto

Negli archivi del Santuario della Madonna della Guardia è conservato un poemetto in dialetto genovese edito nel 1900, dal titolo «A storia da Madonna da Guardia». Il libretto fu fatto ristampare anastaticamente nel 1999 e lo si può trovare presso la libreria del Santuario.
Il Teatro Ateneo di Genova, diretto da Roberto Tomaello, ne ha proposto una recita teatrale, sotto forma di monologo che lo stesso Tomaello interpreta, e che recentemente è stato rappresentato nella chiesa dei S.S. Cosma e Damiano nel centro storico genovese e nell'Oratorio di Santa Chiara a Bogliasco.
L'opera era stata scritta nel 1890 da un padre Gesuita, Alessandro Monti, nato a Tortona nel 1862, che visse prevalentemente a Genova, dove fu ordinato sacerdote, insegnando al Seminario e quindi nelle scuole Gesuite, dopo il suo ingresso nella Compagnia. Fu autore di diverse opere di carattere storico, tra le quali «La S. Sindone» e la «Storia della Compagnia di Gesù nella Provincia torinese» e fu collaboratore di quotidiani e periodici. È descritto come uomo insigne, di sana dottrina e di forte ingegno, con una consuetudine di vita semplice ed austera. Morì a Chieri nel 1937.
Non sappiamo perché scrisse questo poemetto sulla Madonna della Guardia. L'origine Tortonese e la vita a Genova avranno senz'altro influito su questa scelta, ma, nei primi versi della composizione è lui stesso che spiega che tante parole dette in italiano non arrivano a tutte le teste, alla gente semplice ed allora ha fatto come pensa avrà fatto la Madonna parlando al Pareto «ve parlo zeneize a riso ræo, pe' fâ comme a Madonna e pe' riescì ciò ciaeo».
Prima ancora, nel sottotitolo precisa «in portolian, tanto ch'a posse mëgio ëse da tutti ä man» e continua dicendo «ghe zeugo che a Madonna, quand'a l'è comparìia, a l'ha parlou zeneize pe ëse ciù ben capìa».
Ed inizia così il suo racconto con Benedetto Pareto che in cima al Figogna miete il fieno ed attende l'arrivo della moglie «ch'a ghe portesse a-o solito, lasciù un pö de disnâ». La moglie tarda ed egli improvvisamente intravede un'ombra, poi una figura sempre più luminosa «bella d'una bellezza che chi a no s'è mai vista». Pareto resta di sasso, senza respiro, ma la voce della Vergine lo invita a non avere paura: «Beneito, no scappâ!». E mentre il povero contadino riprende fiato la Madonna gli chiede «Vêuggio una cappelletta, ti veddi proprio chì!». E prosegue di fronte all'incredulità di Pareto dicendogli che se egli farà il suo volere non avrà alcun problema, troverà aiuto da tutti nella vallata, perché «quande se vêu se pêu». E la Vergine lascia Pareto dubbioso e stordito.
Il poemetto prosegue raccontando l'incontro con la moglie, l'incredulità della donna, la derisione di lei nei suoi confronti, «manda e to scemmaie a fäse benedî!». Poi la caduta di Pareto dall'albero di fico, la miracolosa guarigione, la diffidenza di tutti che scompare lasciando il posto alla meraviglia, all'entusiasmo per il racconto del Pareto. Tutta Livellato e poi tutta la Val Polcevera concorrono per la costruzione della cappella voluta dalla Madonna: «chi porta in sciù de prïe, chi va a piggiä a casin-na, chi dà de scagge... insomma, s'è fæto a cappellin-na».
Il racconto di Padre Monti prosegue con i successivi eventi che caratterizzarono il Santuario, i suoi vari ampliamenti sino alla grande festa del 1890 con l'Arcivescovo Magnasco che apriva al culto il nuovo tempio, quindi alla successiva Incoronazione della statua, nel 1894, con la quale si chiude il poemetto, ricordando «o popolo zeneize» che quel giorno raggiunse numerosissimo il Santuario: «O s'è ammuggioû là in çimma in tale quantitæ, che ciù de trentamilla teste se son cuntae».
L'interpretazione che ne fornisce Roberto Tomaello, con l'assistenza tecnica per luci e suoni di Alberto Parrella e Ilaria Fedele, è straordinaria. Immedesimandosi nel narratore ottocentesco, con il vestito «buono» della festa, l'interprete sa manifestare la semplicità di Pareto, le soperchierie della moglie, l'ostinazione di Pareto sorretta dalla gran fede; e poi le vicende che seguono all'apparizione, il gran lavoro dei valligiani per costruire la cappella, il tutto intercalato a significative musiche, selezionate da Nicola Ferrari, e ambientato in luci soffuse che accompagnano l'attenzione dello spettatore al gesto e alla parola dell'attore Tomaello, interpretando lo spirito del poemetto, sa evidenziare la dimensione umana del sacro offrendo una semplice ed accessibile visione del miracolo dell'Apparizione sul Monte Figogna.
La devozione per la Madonna della Guardia ha varcato i confini cittadini e regionali. Non solo in Italia, ma anche nei cinque Continenti, esistono chiese a Lei dedicate. Il merito della diffusione internazionale va ascritto anche alle famiglie degli emigranti che, per mantenere vivo il ricordo delle loro origini, hanno voluto titolare le loro chiese a Nostra Signora della Guardia. Per converso, il dialetto genovese oggi è parlato e capito da una minoranza. E di questa minoranza un numero ancor più ristretto è capace di leggerlo. Come ci dice Tomaello sono queste «Tutte ragioni plausibili per riproporre la recita dal vivo del racconto. Un omaggio alle radici genovesi (prima di tutto polceverasche e contadine) del Santuario. Ma anche un omaggio alle famiglie degli emigranti in cui, una volta dimenticato l'italiano, chissà, qualche volta ci si potrebbe ancora esprimere nel dialetto di origine».