Nel poliziesco all’italiana ora i cattivi sono i celerini

Nel film "Acab" di Sollima le forze dell’ordine si fanno giustizia da sé e sono legate da uno spirito di corpo che va oltre la legge. Una visione troppo parziale

Com’è Acab, il film di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini, al centro delle polemiche ancora prima di raggiungere il grande schermo? Innanzi tutto è un riuscito film di genere, sembra un poliziottesco anni Settanta teso e ben girato, che irrompe nella scena asfittica delle commedie, più o meno all’italiana, che ingolfano i cinema. Acab, da venerdì prossimo nelle sale con 300 copie distribuite da 01, è l’altra faccia di Romanzo criminale, e vorrebbe mostrare come vivono e che cosa pensano gli agenti del reparto celere in Italia. Tra parentesi, Acab è l’acronimo di All Cops Are Bastards («tutti i poliziotti sono bastardi»), titolo di un brano del gruppo rock 4-skins risalente al 1979, diventato uno slogan tra i facinorosi degli stadi.

I celerini Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro), Mazinga (Marco Giallini), Carletto (Andrea Sartoretti) e Adriano (Domenico Diele) fanno la guerra in città, nelle strade, stipati come sardine dentro il furgone di servizio. Sono figli di una Roma proletaria, con fascinazioni di estrema destra. Vittime della rabbia dei loro fratelli che tirano pietre fuori dalle curve, usano la violenza per difendersi ma anche per farsi giustizia da sé. E qui iniziano le grane e il dibattito.

Da tempo sia alla radio sia in Rete, si dividono le opposte fazioni pro o contro questo singolare prodotto, che sfida le tendenze cinematografiche del momento e mette sullo sfondo i fatti del G8. «E il bello è che non hanno visto il film, né gli internauti si rendono conto d’essere parte integrante della trama», commenta Favino, il «Libanese» di Romanzo criminale, che lascia la pistola e prende il manganello, per incarnare un violento suo malgrado. Nella Roma di oggi, abbandonata dallo Stato a se stessa, il suo Cobra deve buttare giù dal balcone i panni d’un vecchio sotto sfratto o comparire davanti al giudice, per difendersi dall’accusa di abuso di potere.

«Daje, Cobra», gli dicono, e lui, per 1.400 euro al mese, rischia la pelle davanti allo Stadio Olimpico, o mena di brutto i romeni che imbrattano un parco cittadino. «L’atteggiamento del film - prosegue Favino - è morale. E “morale” non è una parolaccia. È invece morale che qualcuno racconti la realtà così com’è: non si chiede, qui, allo spettatore, di prendere le parti di qualcuno». Nobile intenzione, raccontare la realtà. Riuscita solo in parte, perché la scelta alla base del film non è neutrale. Nel film i celerini hanno un background fascista, rispondono con l’odio all’odio, ricorrono alla giustizia fai-da-te e sono dotati di uno spirito di corpo che va al di là della legge, quando si tratta di coprirsi a vicenda.

E chi esce dal branco, per far rispettare le regole, viene bollato come «infame». Davvero questa è «la realtà così com’è», come dice Favino? Non ci sembra.

Sta di fatto che l’intero cast afferma di essere partito con diversi pregiudizi nei confronti dei celerini, per rivederli poi a film finito. «Avevo pregiudizi contro i celerini, gente abituata a esercitare la violenza. Però è umano rispondere con odio a chi ti attacca», spiega Filippo Nigro, qui celerino così fuori di cotenna, dopo la traumatica separazione da moglie e figlia, che prende di petto il servizio d’ordine davanti a Palazzo Chigi, dove «i signorini» proteggono quelli del Palazzo. E qui arriviamo al secondo punto degno di discussione: nel mondo raccontato da Acab, è lo Stato il vero nemico, perché «si sottrae a un confronto col cittadino, mandando avanti il reparto mobile», commenta il regista Sollima. Ma che dire allora dei tifosi delle curve o di tute bianche no global e affini? Sarebbero «cittadini in cerca di confronto»? Ancora una volta, non ci sembra.

Al di là delle polemiche, e tornando al piano squisitamente cinematografico, Sollima dimostra d’avere nel proprio Dna il solido mestiere del padre Sergio, firmatario di Sandokan. Occhio, tra l’altro, all’accattivante look del film, ferrigno come le lame e le pistole qui in circolazione, e perturbante quando mostra Via Giolitti, con la Stazione multietnica, o la Caserma di Ponte Galeria, con l’affresco dei celerini-gladiatori in ripetuta vista. Al film-market di Berlino, che già ospita Diaz, sui fatti del G8, Acab avrà un lancio internazionale.