Nel pub fantasmi in cerca di pace

Dario Vassallo

Una sera in terra d'Irlanda, nello spazio chiuso e claustrofobico di un pub un po' in disarmo: pareti scrostate, un paio di tavoli e qualche sedia a disposizione, tutto il resto ammassato in un angolo, un improbabile murales lasciato a metà che evoca i grattacieli di una qualche città americana, così, come una sorta di esotismo alla rovescia per stimolare la fantasia dei turisti - li chiamano 'i tedeschi', ma chissà di quale nazionalità sono - che di tanto in tanto arrivano e che pure da queste parti non sono visti con particolare favore. Fuori è freddo e tira sempre vento, a volte da nord, a volte da ovest. Se vogliamo, un luogo un po' inquietante, da fantasmi.
E in realtà, in qualche modo è proprio una ghost story quella che ci racconta «La chiusa», nuova produzione del Teatro di Genova in scena da mercoledì al Duse, autore Conor McPherson, trentacinque anni, dubliner (per dirla alla Joyce) che ha imposto il suo talento proprio con questo testo scritto nove anni fa, rappresentato al Royal Court di Londra prima di prendere la via dei più prestigiosi palcoscenici del mondo. Lo Stabile torna così a frequentare quella drammaturgia irlandese che ci aveva fatto conoscere con «Il tenente di Inishmore» e «La bella regina di Leenane», entrambi di Martin McDonagh. Con quest'ultimo «La chiusa» ha in comune la regia di Valerio Binasco che si è avvalso di una fluida traduzione di Fausto Paravidino.
Dunque, un pub. Ma anche cinque persone: quattro sono del luogo - Jack, Jim, Brendan e Finbar - mentre la quinta è una ragazza di Dublino, Valerie, che ha appena affittato una casa nei paraggi e che il dongiovanni da strapazzo Finbar porta in giro con sé, un po' per cercare di conquistarla, un po' per mostrarla come trofeo. È proprio Valerie la causa scatenante della vicenda, perché di fronte ad una donna piacente gli uomini devono necessariamente fare bella figura e attirare la sua attenzione. Così la visione casuale di alcune fotografie fa scattare il ricatto di un passato misterioso che viene a galla evocato dai vari personaggi con ricordi personali venati (forse) da elementi di fantasia: storie di fantasmi, di strane presenze che vanno e vengono, di sedute spiritiche e di entità misteriose che si avvertono alle spalle. Ma anche Valerie, alla fine, avrà la sua brava storia da raccontare, raccapricciante almeno quanto le altre.
Parte lentamente, «La chiusa», forse troppo lentamente, e ha una struttura drammaturgica un po’ schematica formata sostanzialmente da cinque monologhi ma il tutto viene riscattato da un'abile capacità di scrittura che regala al copione e ai personaggi una leggerezza - pur nella drammaticità della situazione - che a tratti ricorda quella di certe commedie cechoviane: a raccontare una storia di amore e solitudine, senso di perdita e voglia di catarsi, silenzi e fragilità, dove basta un'inezia a modificare il senso delle cose fra giorni sempre uguali, arricchiti soltanto da una puntatina ai cavalli o una bevuta di birra, cercando magari una spiegazione razionale a qualcosa che di razionale ha ben poco.
Uno spettacolo alla fine delicato e fragile ben supportato dagli interpreti (Ugo Maria Morosi, Lisa Galantina, Gianluca Gobbi, Davide Lorino ed Enzo Paci) sperduti e inquieti nel tratteggiare un pugno di persone che per un attimo si sentono vicine fra loro, come treni che si incrociano nella notte, prima di ritornare alle proprie scontate solitudini. O forse, come potrebbe farci supporre l'immagine finale, con le loro sagome che si intravedono dietro i vetri del pub che chiude, anch'essi fantasmi in cerca di pace.