Nel quartiere dove cresce l’odio «La tua chiesa? La tiriamo giù»

Marta Ottaviani

da Istanbul

Il taxi mi lascia da una parte del quartiere che non conosco. Diluvia e per strada devi stare attento a non scivolare su una delle lastre di ghiaccio lasciate dalla nevicata. Cerco di orientarmi nel migliore dei modi, fermo un ragazzo per strada e gli chiedo da che parte si trova la chiesa di Nostra Signora di Lourdes. Avrà 20 anni, forse meno. Con un sguardo carico di odio mi risponde: «Non so dove si trovi la tua chiesa. Qui non c'è. Ma stai tranquilla che appena possiamo la tiriamo giù...». Dalla sua mano sinistra pende un rosario islamico. Lo tiene come fosse un pugnale. Mi allontano lasciandolo sotto la pioggia con i suoi occhi carichi di rancore.
La parrocchia di Nostra Signora di Lourdes in realtà si trova poco lontano. È piccola, circondata da un giardino, con una facciata discreta e aggraziata. Una presenza che solo dal punto di vista architettonico non può dare fastidio a nessuno.
Ed eccole, ai lati del cancello di ingresso le due scritte a caratteri cubitali: Mohamed, Maometto. La polizia ieri mattina le ha coperte di intonaco bianco, ma si vedono ancora fin troppo bene. Sono grandi, di un verde smeraldo: il colore dell'Islam. Poco lontano, sui muri del garage e della fabbrica il logo con le tre mezzelune e la sigla del Milliyetçi Hareket Partisi, che attualmente non ha una rappresentanza parlamentare, ma che alle ultime elezioni amministrative nel 2004 ha guadagnato il 10 per cento dei consensi. Si tratta del Partito del movimento nazionalista, che ha come slogan Önce Türkiye, «La Turchia di una volta», il cui presidente Devlet Bahçeli usa lo stesso saluto dei Lupi Grigi. Per non smentirsi, le scritte sul muro sono rosse e bianche, come i colori della bandiera nazionale. E uniti al verde della scritta Mohamed vanno a formare i colori dell'antico stemma dell'impero ottomano. Segno che ormai l'intolleranza in Turchia rischia di diventare anche un fatto cromatico.
«È l'ennesima provocazione - spiega al Giornale Don Felice Morandi, parroco della cattedrale cattolica di Santo Spirito a Istanbul -. Questa chiesa è una delle più nascoste della città, chi ha scritto quel nome probabilmente ha voluto agire qui perché sapeva di poterlo fare indisturbato. Non c'è altro motivo. La chiesa non ha mai dato fastidio a nessuno. Chiude a mezzogiorno e alle sue funzioni partecipano le solite persone che abitano nel quartiere».
Ma c'è un particolare che la distingue da tutte le altre. La parrocchia di Nostra Signora di Lourdes è l'unica dove le funzioni si tengono completamente in turco, perché sono seguite non da turisti ma da gente del posto che si è avvicinata alla religione cattolica. Chi ha scritto il nome del Profeta sul muro del suo cancello potrebbe averlo fatto anche per questo.
Nel distretto di Bomonti la gente non parla volentieri, c'è persino chi fa finta di non capire la propria lingua. Non sono abituati a questo clima di sospetto perché a Bomonti, quartiere residenziale alle spalle dell'elegante Sisli, non succede mai niente. Qualcuno dice che stavolta l'Occidente con la storia delle vignette ha esagerato. Altri non si sconvolgono più di tanto perché «Istanbul è piena di fanatici anche senza la storia delle caricature».
Intanto, ieri pomeriggio a Trebisonda, il ministro degli Interni, Abdulkadir Aksu, ha convocato un vertice con tutti i responsabili delle prefetture locali per fare il punto della situazione sulla sicurezza nella regione. Settimana prossima dovrebbe iniziare il processo contro Ouzan Akdil, assassino di Don Andrea Santoro, e il clima potrebbe farsi ancora più rovente.
E mentre il premier Erdogan invita i capi di stato a riaprire il dialogo, i nazionalisti sono usciti allo scoperto in tutta la Turchia. A Istanbul sono scesi in piazza in centinaia davanti alla moschea di Beyazit, vicino all'Università di Istanbul e al Gran Bazar. Perché tutti potessero vedere che adesso fanno sul serio. Hanno urlato slogan contro l'Occidente, bruciato bandiere danesi e inglesi. Hanno invocato la Guerra Santa e appeso sui muri caricature del premier Rasmussen. Nel nome di Allah.