Nel regno di Fidel Castro la musica è cambiata La rivoluzione adesso sono i Beatles...

Si sono sciolti da quarant’anni ma per la censura non sono mai esistiti.
Adesso sono la moda dell’isola. E le loro canzoni un inno alla libertà. Anche i rapper per il regime sono note stonate. Perché osano attaccare il comunismo

Le facce, il taglio di capelli, l'accento. «Bè, ragazzi, era tutto sbagliato», ha raccontato estasiato chi c'era. Ma la magia di quegli accordi, di quelle parole, l'emozione di quella musica che una volta a Cuba si poteva sentire solo di contrabbando, e se i barbudos vi beccavano erano guai: «Bè, quell'emozione - ha detto ancora chi c'era - è stata indicibile, pazzesca». Poi, quando la band ha intonato il primo verso di Let it be («When I find myself in times of trouble...») uno ha tirato fuori l'accendino e ha tenuto la fiammella alta sulla sua testa. Un momento dopo le fiammelle erano dieci, poi trenta, fino a quando qualcuno ha spento le luci e nel buio si vedevano solo quelle centinaia di lumini che ondeggiavano sulle teste di giovani e giovanissimi, come negli stadi di tutto il mondo davanti agli idoli del rock; ma anche di cinquanta e sessantenni che i Beatles, da ragazzi, li sentivano alla radio come carbonari; come da noi nel '43, quando si ascoltavano le notizie dal fronte a radio Londra.

E tutti lì a cantare come scemi, dondolandosi abbracciati, ripetendo a squarciagola il refrain della canzone intitolata al «sottomarino giallo».
«Cuba libre» a valanga, dunque, la sera dell'inaugurazione, giù nel seminterrato del locale che è già un mito, nella calle 17 e 6, quartiere centrale del Vedado; ma giusto per sottolineare, con il tinnire dei bicchieri, una libertà ritrovata e un altro, decisivo passo avanti verso la fine del plumbeo regime comunista imposto da Fidel Castro.
I Beatles all'Avana, figuratevi. Un club che si chiama «El Submarino Amarillo», proprio come quel «Yellow Submarine» - mitico album degli anni Settanta - in cui i Fab Four comparivano in copertina vestiti come direttori del gran circo internazionale dell'amicizia.
É tutto in regola, naturalmente.

Secondo il manager del locale, Yosmany Groeiro, il club diventerà «il centro specializzato nella musica dei Beatles e del rock-pop degli anni Sessanta». Un progetto voluto dal Ministero della Cultura, «volto a diversificare - si legge in un burocratico comunicato comparso sulla stampa - la proposta culturale e musicale per il popolo di Cuba». El Submarino Amarillo è un luogo per tutti gli amanti della musica e tutti i nostalgici di quel periodo», dice Juan Castellanos, 48 anni, uno dei direttori artistici del locale. Il club è una specie di santuario: all'ingresso una enorme foto di John Lennon, Paul McCartney, Ringo Starr e George Harrison, mentre le pareti del locale grondano i loro testi.

Per Cuba è una specie di rivoluzione. E anche se il locale ha avuto il beneplacito della nomenklatura, segna un'altra cocente sconfitta dei sepolcri imbiancati di un regime che, nonostante il filo spinato e il carcere, ha dovuto infine piegare il ginocchio di fronte alla travolgente cultura egemone anglosassone, americani e inglesi in testa, che invece di ricorrere ai missili e alle cannoniere hanno scoperto che era più facile dominare il mondo col rock and roll, il jazz e il cinema di Hollywood. La transizione si consuma al ritmo di «Yesterday» e di «Lucy in the sky with diamonds». Finito il tempo in cui i Beatles, con i capelloni, i jeans a vita bassa e gli omosessuali erano sintomi di allarme sociale, di corruzione, quando la «divisa» dei rivoluzionari, l'unica ammessa e omologata, era quella verde oliva imposta dal regime.

«A quei tempi - ricorda il musicologo Edmundo Vilar - Cuba era un posto così serio che ci si ammazzava di noia».
Da oggi a Cuba si cambia musica. E i Beatles non sono l’unica nota stonata per il regime. I concerti di rappers come i Los Aldeanos per esempio fanno il tutto esaurito. Perchè le cantano a Fidel e al comunismo, in nome di un futuro diverso. Tomorrow, non solo Yesterday...