Nel rimpasto di Sarko c’è un boccone amaro

All’Ump va la maggioranza assoluta dell’Assemblea ma nell’esecutivo ora cambierà molto. Dopo le dimissioni reincarico a Fillon, oggi il nome del sostituto di Juppé. Sarkò non ha avuto la maggioranza che sperava, dovrà trattare con la sinistra
per fare le riforme. Ma la sua
era è cominciata

Sbaglia chi pensa che il risultato delle elezioni legislative di domenica possa demoralizzare Sarkozy. Chi conosce bene il presidente francese sa che le difficoltà, anziché demoralizzarlo, lo galvanizzano. L’uomo è fatto così: le difficoltà lo esaltano. E allora prepariamoci: nei prossimi giorni il ritmo delle riforme, già alto in queste prima settimana all’Eliseo, aumenterà ulteriormente. Già questa mattina sapremo il nome del successore di Alain Juppé, ovvero dell’unico ministro a non essere stato eletto in Parlamento. Sarkozy aveva avvertito il governo: chi, nella propria circoscrizione, non ottiene il mandato degli elettori non sarà confermato. Così è stato, anche se l’addio di Juppé è particolarmente doloroso, non tanto perché tra i due ci fosse un’intesa particolare, ma perché rompe gli equilibri interni al partito: l’ex primo ministro rappresenta l’ala «chiracchiana» dell’Ump e la sua estromissione dall’esecutivo costringe Sarko a nuove alchimie per soddisfare tutti e garantire un futuro sereno alla maggioranza.
I tempi saranno rapidissimi: già stamane sapremo se Juppé, che ricopriva l’incarico di superministro dell’Ambiente e dell’energia, sarà sostituito da quello dell’Economia Jean-Louis Borloo o se invece verrà rimpiazzato direttamente da una personalità esterna. La stampa indica tra i papabili Michel Barnier, ex commissario europeo, ex ministro degli Esteri e dell’Ambiente, e Jean-Francois Copé, che però potrebbe assumere la presidenza del gruppo Ump all’Assemblea nazionale. In giornata era circolato anche il nome di Henri de Castries, attuale amministratore delegato del gruppo Axa, che però in serata ha smentito.
La decisione si ripercuoterà anche sulla nomina dei sottosegretari, particolarmente delicata, e sulla volontà di apertura al centro e a sinistra, più volte dichiarata dal capo dell’Eliseo e testimoniata dalla nomina a sorpresa del socialista Bernard Kouchner agli Affari esteri. Nell’elenco dei viceministri, insomma, le personalità del centro e della sinistra cooptate nel governo potrebbero essere meno numerose e, soprattutto, meno prestigiose del previsto.
Vedremo. In ogni caso Sarkozy riparte dal primo ministro François Fillon che, ieri, come vuole la prassi, si è dimesso e che è stato subito riconfermato nell’incarico. Forse la conseguenza più sgradevole del mancato «tsunami» elettorale è che ha privato il centrodestra della maggioranza qualificata per varare eventuali modifiche costituzionali. Il quorum richiesto è di tre quinti dei seggi di Camera e Senato; dunque 545 su 908. L’Ump ha in totale 469 voti, 314 all’Assemblea nazionale e 155 al Senato; anche aggiungendo i voti delle liste aggregate il quorum non viene raggiunto. Dunque Sarkozy dovrà mediare. In realtà nel suo programma non ci sono riforme impellenti se non una, più che altro simbolica: quella che dovrebbe permettere al presidente della Repubblica di esprimersi davanti al Parlamento, mentre oggi può solo inviare messaggi.
I risultati finali danno all’Ump 314 seggi a cui vanno aggiunti 22 centristi e 9 candidati di destra affiliati. In totale 345. Il centrista Bayrou è riuscito a far eleggere 3 deputati, mentre a sinistra il partito socialista ne ha 185, a cui vanno sommati 15 affiliati e 4 dell’estrema sinistra. Infine i comunisti avranno 15 seggi, i verdi 4, mentre riesce a entrare in Parlamento anche il tradizionalista De Villiers. Una curiosità: quest’assemblea è la più rosa della storia francese, con 107 donne su 577 deputati, ma non conterà rappresentanti di origine maghrebina o africana.
In ogni caso un Parlamento di centro-destra, a cui Sarkozy sottoporrà le sue riforme: a cominciare da quelle fiscali, per limitare al 50% il prelievo al carico delle persone fisiche, tagliare le imposte di successione, liberalizzare gli straordinari che saranno esentasse e sgravati dagli oneri fiscali. Il presidente ha voglia di rivincita: vuole far dimenticare la prima, parziale delusione della sua era.