Nel risiko della successione pesa anche il voto del 2006

E altre complicazioni nascono dalla prossima scadenza del mandato di Ciampi

Adalberto Signore

da Roma

È un vero e proprio risiko politico-finanziario quello si sta giocando in queste ore tra Palazzo Chigi, Quirinale e Banca d’Italia. Una partita a scacchi nella quale il destino di Antonio Fazio sembra essere sempre più in bilico e dove ogni mossa potrebbe risultare decisiva. Non solo per i futuri assetti della finanza italiana ma pure per le sorti della politica. Perché la decisione di scaricare o no il governatore di Bankitalia - e, di conseguenza, la scelta di un successore - non è legata solamente alla querelle che ha tenuto banco quest’estate, ma pure a un complesso e intricato equilibrio che rischia di sfociare in vero e proprio ingorgo istituzionale.
Ma andiamo con ordine. L’eventuale fine dell’era Fazio è nelle mani - oltre che del diretto interessato che può sempre decidere di dimettersi - del Consiglio superiore della Banca d’Italia, composto da tredici membri più il governatore. Per la revoca del mandato (così come per la nomina) il Consiglio si riunisce in seduta straordinaria e - recita l’articolo 19 dello Statuto - deve essere convocato dal componente più anziano per incarico ed età, nel caso specifico Paolo Emilio Ferreri. Presenti almeno i due terzi degli aventi diritto, le decisioni sono approvate a maggioranza di due terzi. Tocca poi al governo (presidenza del Consiglio d’intesa con ministero dell’Economia) recepire con decreto la decisione del Consiglio superiore. Decreto che va quindi inoltrato al Quirinale per l’approvazione definitiva, atto tutt’altro che formale. Nella sostanza, dunque, l’esecutivo non può dare il la alla procedura per la revoca di Fazio (salvo limitarsi a «invitare» il Consiglio della Banca d’Italia a convocare la seduta per la revoca del mandato) ma ha poi un forte potere d’interdizione sulle decisioni prese. E così il presidente della Repubblica, la cui firma sul decreto che gli arriva da Palazzo Chigi è indispensabile.
Oltre che a motivi di opportunità - legati alla volontà del governo di «non darla vinta al partito delle intercettazioni» o alle resistenze della Lega, che nonostante si siano affievolite comunque restano tutte - il destino di Fazio non può non essere quindi legato a una considerazione di tipo squisitamente politico: se il centrosinistra vincesse le elezioni e il governatore fosse ancora in carica, l’Unione potrebbe trovarsi nell’invidiabile condizione di indicare o comunque esprimere il suo gradimento sulla nomina del successore. Con annesso «ingorgo istituzionale». Per le elezioni politiche, infatti, si voterà - con ogni probabilità - il 9 aprile 2006. Il 31 maggio, invece, il governatore leggerà le sue Considerazioni finali. Nel frattempo, il nuovo Parlamento si sarà insediato e probabilmente sarà già stato nominato l’esecutivo. E il presidente della Repubblica? La partita del Quirinale in quel momento sarà apertissima con tutte le conseguenze immaginabili. Insomma, una situazione intricatissima ma, di certo, tutta a vantaggio dello schieramento che esce vincente dalle urne.
È anche per queste ragioni - oltre che per la riunione dell’Ecofin in programma dopodomani alla quale il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco non ha nessuna intenzione di andare in compagnia di Fazio - che negli ultimi giorni il governo sembra aver preso seriamente in considerazione l’ipotesi di «pensionare» il governatore. Con cinque ipotesi per un’eventuale successione (salvo sempre possibili outsider): Alberto Quadrio Curzio, economista che piace molto a Giulio Tremonti (tutti e due sono di Sondrio) e preside della facoltà di Scienze politiche alla Cattolica; Carlo Secchi, rettore della Bocconi, considerato un «buon candidato istituzionale»; Tommaso Padoa Schioppa, già vicedirettore di Bankitalia e fino a giugno nel board della Bce, e l’ex commissario Ue Mario Monti (che, però, sarebbero considerati troppo vicini al centrosinistra); e Vincenzo Desario, attuale direttore generale della Banca d’Italia. E sarebbe questa una delle ipotesi più plausibili. Intanto perché la storia di via Nazionale insegna che i governatori provengono sempre dall’interno e poi perché potrebbe essere una soluzione ponte per traghettare Bankitalia fuori dagli intrighi creditizi di questi giorni. Più complessa, invece, l’ipotesi Siniscalco. L’articolo 2 della legge sul conflitto d’interessi approvata nel 2004, infatti, stabilisce per i componenti del governo l’incompatibilità «per dodici mesi dal termine della carica nei confronti di enti di diritto pubblico». E - recita l’articolo 1 dello Statuto - «la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico».