Nel segno di Keith Haring il grande comunicatore

Omini, cani, cuori radiosi sono marchi indelebili che hanno precorso i tempi

Molti ricordano Keith Haring a Milano nel 1984, un ragazzo timido che, con il suo lavoro esplosivo nella galleria di Salvatore Ala, mobilitò tantissimi appassionati. E adesso anche le opere di quel periodo tornano in città, con una mostra alla Triennale fino al 29 gennaio 2006. Come scrive nel catalogo (Skira) Tony Shafrazi, suo gallerista fin dall’inizio, Haring «all’età di soli vent’anni era vent’anni avanti rispetto al suo tempo, un vero e proprio creatore di trend».
Nato nel 1958 in Pennsylvania, Haring arriva a New York per studiare alla School of Visual Arts nel 1978 e si immerge subito nella vita della Grande Mela. Capisce il potenziale dei grandi spazi pubblicitari vuoti nelle stazioni della metropolitana e comincia a coprirli col suo caratteristico segno. Ma non è un writer come i suoi coetanei, i suoi riferimenti artistici sono Alechinsky e Dubuffet, la sua aspirazione quella di vedere i suoi lavori nei musei. Quando dipinge si porta dietro un amico fotografo che documenta la performance, a differenza dei ragazzini che colorano i treni di notte in segreto: per lui è importante che il lavoro sia pubblico. Diventa presto una sorta di eroe per i media, grazie sia alle azioni illegali compiute in metropolitana, sia soprattutto alle sue immagini immediatamente riconoscibili e popolari nel senso più ampio del termine. I suoi omini, cani, cuori radiosi diventano marchi che ancora oggi, a 15 anni dalla sua morte, lo rendono presente e contemporaneo.
La sua adesione a quegli anni vitali della scena newyorkese è totale. I suoi amici sono Jean-Michel Basquiat, Kenny Sharf, William Burroughs e Andy Warhol. La vita notturna è parallela a quella diurna, senza soluzione di continuità. Non sono solo metropolitana e muri la sua tela: ricopre le pareti del Palladium, famosa discoteca dell’epoca, le vetrine delle librerie, anche il negozio di Fiorucci a Milano, i magazzini dello Stedelijk Museum ad Amsterdam, tavole da surf, persino il muro di Berlino. Voleva sì essere nei musei, ma voleva che le sue immagini fossero accessibili a tutti. Il suo segno è piatto, ma sempre pieno di colore e di movimento, di grande allegria anche quando affronta le sculture, e i vasi di terracotta che risultano un incantevole connubio etrusco-pop.
Haring era talmente immerso nel flusso degli anni ’80 da aprire nel 1986 un negozio a New York, il Pop Shop. «Questo - racconta Julia Gruen, sua storica collaboratrice e co-curatore con Gianni Mercurio della mostra milanese - non fece che alimentare la controversia: un negozio che vendeva al dettaglio oggetti e merchandising con le immagini da lui create! A quei tempi sembrava un’eresia, ora sembra visionaria anticipazione». Il suo essere precursore sui tempi, esploratore non convenzionale di tecniche e modi di comunicare, il trattare temi che vanno dalla tecnologia di massa alla tele-predicazione, dalla sessualità alla povertà, alla violenza e al razzismo, tutto questo lo rendeva meno leggibile come artista «puro», e non mancavano critiche e detrattori. La mostra della Triennale restituisce invece un Keith Haring artista squisito e completo, rigoroso nella semplicità, di grande impatto e freschezza. Profondamente consapevole della realtà che lo circondava, riemerge anche vitale, scanzonato e lucido dai filmati che fanno da corollario alla mostra.