Nel segno del rigore: la manovra Tremonti è la soluzione giusta

Egidio Sterpa

Lo si lasci dire ad uno che col ministro dell’Economia non è mai stato tenero: la manovra economica, se il Parlamento non la stravolgerà, è da approvare. Finalmente ricompare il rigore. Si fosse cominciato a praticarlo nel 2001, esponendo agli italiani la brutta eredità lasciata dai precedenti governi, oggi staremmo assai meglio. Ma non è mai troppo tardi. Questo riconoscimento a Tremonti non va negato, se non altro perché fa ricorso al rigore a pochi mesi dalle elezioni, quando invece da sempre tradizionalmente si è laschi in concessioni. Speriamo che tenga duro fino in fondo.
Preso atto che i miliardi delle cosiddette «cartolarizzazioni» sono sfumati, con una prontezza mai manifestata prima il ministro ha fatto ricorso a inevitabili strette: tagli sull’Ires, ai dividendi Eni e Enel, all’Anas, alle Ferrovie, del 50 per cento allo sconto fiscale a Bankitalia, recuperando, a quanto pare, ben 5 miliardi di euro. Il che dovrebbe permettere di soddisfare gli obiettivi concordati con l’Unione Europea (un deficit di poco più del 4 per cento quest’anno e del 3,8 per il 2006), senza peraltro ricorrere a nuove tasse. Insomma, è una manovra abbastanza coraggiosa, che non fa ricorso a finzioni, ma tiene conto della realtà.
Gli strilli più forti vengono dagli enti locali, che sono però in gran parte ingiustificati. È un fatto storico che Comuni, Province e Regioni da decenni spendono e spandono, gestiti come sono stati da partiti e uomini che hanno sempre inseguito il consenso, il che è normale in tempi di vacche grasse ma non quando queste sono dimagrite fino a morirne. Non è più tempo di Pasque e Befane generose, e qualche anno di Quaresime non sarà la fine del mondo. Per favore non si tirino fuori motivazioni sociali, in nome delle quali sono stati spesi migliaia, anzi milioni di miliardi.
La smetta Prodi di dire cose non vere, che assai spesso sono vere fesserie, soprattutto in economia. È addirittura una bestialità, per esempio, quella sua presuntuosissima battuta di tono millenaristico: «Se non vinco io, l’Italia è finita». Ma, Professore, si calmi, l’Italia ha alle spalle millenni di storia e lei, con tutto il rispetto, non è neppure una virgola di questa storia. Va bene addossare responsabilità a Berlusconi e al suo governo, il che fa parte della normale dialettica democratica, ma quando si ricorre al catastrofismo è davvero troppo, e il troppo stroppia. Peggio - lo diceva Voltaire secoli fa - si scade nel ridicolo.
Fassino, per esempio, si guarda bene dal fare il catastrofista. E il capo dello Stato addirittura mette in evidenza «segnali di ripresa». Insomma, c’è pure a sinistra qualcuno che non riesce a negare la realtà, mentre l’ex presidente dell’Iri ama tapparsi occhi e orecchie per non vedere e non sentire quel che non gli fa comodo.
Si direbbe che l’aver ricevuto il dono della premiership dalle primarie abbia privato il Professore di quel tanto di autocontrollo che deve far parte del patrimonio genetico e culturale soprattutto di chi si prepara a governare un Paese. Sì, caro Professore, sia più misurato, più realistico e non le mancherà il rispetto anche di chi, come il sottoscritto, pur fermamente sulla sponda opposta alla sua, considera l’avversario non un nemico ma solo uno che a buon diritto la pensa diversamente. Ci dica, piuttosto, come vorrebbe governarci, perché ancora non lo si è capito.
Ci creda, il Professore, in questo momento la nostra preoccupazione è che il ministro dell’Economia sappia mantenere la sua nuova linea fino a fondo. Se non lo farà, non glielo perdoneremo. Abbiamo letto, per esempio, l’ultimo saggio tremontiano, Rischi fatali, e ci auguriamo che questa volta nei fatti il ministro dimostri che sbagliamo noi, e non solo noi, a considerare poco liberale e tutt’altro che liberista il suo pensiero politico applicato in economia. Ma ne riparleremo.