Nel suo Festival casalingo Antonella offre un soufflé

Non c’è niente da fare. Quando c’è lei, senti profumo di pastasciutta e ti aspetti sempre che da sotto la gonna estragga un fornelletto da campo. Alla fine, meglio, all’inizio se l’è cavata bene la Clerici, con gli ascolti. Ma che fatica. Per noi, ma soprattutto per lei. Nei giorni scorsi era euforica per il suo Ariston. Ma martedì, in mezzo a quel palco immenso e pieno di tempi morti deve aver pensato «ma chi me l’ha fatto fare?». Secondo noi l’ha pensato, ma tanto non lo dirà mai. L’apprensione per Antonella ci è venuta quando l’abbiamo vista dondolare come un cetaceo in difficoltà. Tra il ballo e l’agonia. Là, a braccia aperte a simulare il respiro di tutta l’Italia, pareva anche che di tanto in tanto gettasse un occhio dietro le quinte in cerca di un capostruttura a cui chiedere a labbra serrate «ma quanto manca?». Ci faceva un po’ pensare alla Loren nello spot con De Sica: «Aiutatemi...». E via a dondolare. A volte le emozioni si contraddicono così, nel corpo. Però nemmeno per un attimo, chissà perché, ci è sembrato di poter dare a lei la colpa. Né per Cassano con due orecchini e una fidanzata, né per la moglie di Marilyn Manson e il suo spogliarello nella puccia, né per «i tre tenori», né per quel teatrino da bambinetta delle elementari redarguita dal direttore d’orchestra. Siamo stati tutto il tempo col fiato sospeso per lei. A fare il tifo per lei. A soffiare sull’Auditel per aiutarla in qualche maniera. Verso mezzanotte e mezza si è fatta i complimenti da sola «ho finito presto, avete visto che brava?!». Non sai quanto. Ma prima, con ’sta busta... «nemmeno io so cosa c’è scritto» e a noi è venuta la tentazione di continuare a non saperlo. Molte pause e niente pathos poi via con gli eliminati. I cantanti in gara erano quasi un “disturbo” perché noi eravamo a casa di Antonella ed eravamo in attesa di un soufflé, o di un cordiale. Così avremmo retto la serata. Per il motivo per cui la salviamo, che è poi lo stesso per cui la condanniamo. Antonella ci ha invitati al Festival come ci avrebbe invitati a cena a casa sua. E noi ci siamo andati. Solo che poi la tavola non era apparecchiata in cucina, non ci siamo potuti togliere le scarpe, lei ha provato a cucinare «fusion». E allora, anche se siamo accorsi in tanti, la serata è stata un disastro. Non si organizza un evento nello sgabuzzino. Non si riceve lasciando l’aspirapolvere in salotto. Il motivo per cui vogliamo bene ad Antonella è che ci ha invitati a casa sua, dove sappiamo sempre come si sta, il motivo per cui, ascolti malgrado, tutto è andato storto, è che ha apparecchiato per il galà della «Croce canora» con le posate dell’Ikea.
Non siamo stati in famiglia e non siamo stati dentro al grande evento. Forse Antonella non avrebbe dovuto stare sola al comando. Si sarebbe dovuta tenere Bonolis ancora per un po’, impedirgli di andarsene, supplicarlo di sfotterla un po’ più a lungo, come solo lui sa fare. Chiedergli di invitare il San Pietro della Lavazza, e a lui fare benedire il suo Festival come il naso raffreddato di Paolo, come la voce splendida e irrecuperabile di Laurenti. Tutto. Ma non invitarci a cena riscaldando un soufflé.